Pubblicati da Lele Viola

Breve viaggio nei beni comuni

Breve viaggio nei beni comuni 1 C’è un filo conduttore che lega gli Statuti quattrocenteschi, la storia dei nostri paesi, l’unica donna ad aver vinto il Nobel per l’economia e le grandi riflessioni e speranze espresse nell’Enciclica Laudato sii: i beni comuni. Vale la pena fare un breve viaggio cercando di ritrovare questo filo conduttore, […]

In debito con la Grecia

Democrazia è una parola che ci hanno regalato i greci, ce lo ricorda l’etimologia che associa il governo al popolo, fondendo due termini prima di allora considerati inconciliabili. È tipico del greco antico costruire parole composte, sposando fra loro pezzi diversi che si amalgamano fino a diventare una cosa sola, un concetto nuovo che prima non esisteva: demo-crazia, eco-nomia, eco-logia, filo-sofia.

Catterina Damiano, testimonianze

La memoria e la disponibilità di Catterina Damiano ci regalano, oltre alle favole di cui ho riportato qualche stralcio, anche molti altri tesori preziosi: i ricordi dell’infanzia, i giorni terribili della guerra, le tecniche agricole del passato, o anche piccoli episodi di vita quotidiana, avvenimenti inconsueti rimasti impressi per decenni nella memoria. È difficile scegliere qualche brano, anche perché ogni pagina di quaderno e ogni momento delle registrazioni nasconde una storia da raccontare, che meriterebbe spazio, tempo e parole.

Catterina Damiano, favole

L’Ambourné è una borgata alta di Monterosso, in val Grana. Il nome deriva, forse, da quello di una pianta, l’amboùrn, il maggiociondolo, dai bei fiori gialli che nascondono un’anima velenosa. Il legno è flessibile, era usato per costruire racchette da neve o per le parti interne dei pollai.

Una storia da raccontare (di Esterina Parola)

Esterina Parola era una persona speciale. Nata nel 1930, staffetta partigiana negli anni della guerra, titolare col marito prima del negozio e dell’osteria, poi dell’albergo del paese, era soprattutto la memoria storica di una comunità.

Diritto di parola

Di montagna dovrebbero parlare i montanari. In un mondo ideale ognuno dovrebbe limitarsi a comunicare ciò di cui ha una reale esperienza di vita. Questo vale soprattutto per parole che sono accompagnate dal peso del consiglio, del giudizio, del tentativo più o meno velato di condizionamento. Chi non ha provato sulla sua pelle condizioni di fatica, frustrazione, disagio, emarginazione, rabbia, strettamente collegate con la vita e l’agricoltura in montagna, non si è guadagnato il diritto di parola, ma solo quello di chiacchiera.

Ripensare i parchi (2)

La protezione della natura in montagna deve liberarsi di preconcetti ed equivoci e superare l’impostazione, ormai datata, del non utilizzo, della wilderness e della contrapposizione fra ambiente, uomo ed economia. Deve quindi essere completamente ripensata, partendo non più dal punto di vista del cittadino, che usa la montagna come valvola di sfogo e compensazione per lo squallore della quotidianità urbana, ma da quello di chi in montagna ci vive, traendone i mezzi di sussistenza. Anche questa, però, non deve essere una contrapposizione: non c’è nessun conflitto di interessi, tutti traggono giovamento da un’attenzione globale e non puntiforme a tutto l’ambiente e il paesaggio.

Ripensare i parchi (1)

La questione dei Parchi è tornata di scottante attualità per il disegno di legge regionale 90/2015 sul riordino delle aree protette, che ne prevede, fra l’altro, un consistente ampliamento. È una buona occasione per avviare una discussione seria, serena e priva di pregiudizi su parchi, vincoli, ecologia e valli alpine, prima che, come sempre, piovano dall’alto decisioni imposte e non condivise che non giovano affatto al già fragile sistema montagna.

Le storie e la Storia 10,11,12

In comuni piccoli, come Pradleves o Moiola, la confratria riuniva tutta la popolazione, mentre in realtà più grandi, come Demonte, nacquero diverse confratrie, ognuna delle quali rappresentava un gruppo di famiglie legate da vincoli di interessi e spesso di parentela.

Le storie e la Storia 7,8,9

La tensione fra “beni comuni” e “beni della Comunità” percorre i secoli e lascia abbondanti tracce nei documenti d’archivio. Da una parte il diritto consuetudinario di usare boschi e pascoli come indispensabile complemento ai pochi appezzamenti privati, dall’altra la necessità delle Comunità, spinte dai debiti, dalle guerre, dalla fiscalità ducale e più tardi, direttamente obbligate dalla burocrazia sabauda, di far rendere le proprie risorse, vendendole, affittandole o tassandole.