Barnaba 11-15
11 Un’ipotesi da non escludere
Barnaba interrompe per un attimo il suo discorso e si alza. Tira fuori dalla credenza un pezzo di formaggio stagionato e una pagnotta e li mette sul tavolo facendo cenno di servirmi, mentre riempie nuovamente le scodelle di vino.
“Assaggia, non è il vostro Castelmagno, ma a me piace lo stesso – dice tagliandosi anche una generosa fetta di pane scuro.
Approfitto della sua ospitalità per continuare il pasto e dell’interruzione del lungo monologo per riordinare le idee e cercare di capire cosa mi sta succedendo.
Di certo, questo amabile e straordinario vecchietto – Barnaba, Giuseppe o qualsiasi sia il suo vero nome, età e provenienza – non finisce di sorprendermi.
Non sono un esperto dei problemi della psiche umana, ma a me non sembra affatto matto.
È vero che chi lo è non ce l’ha scritto in fronte e che molte personalità schizofreniche o paranoiche si nascondono dietro apparenze di tranquilla normalità, ma il sedicente Barnaba a me sembra Barnaba davvero.
Non solo conosce storia, geografia e usanze, ma parla anche greco ed ebraico in modo naturale, non come chi l’ha studiato al liceo, descrive i personaggi come chi li ha incontrati davvero, parla di Paolo come se avesse davvero condiviso con lui migliaia di passi e di parole.
Se un matto si crede Napoleone, non è detto che si esprima in un perfetto francese d’epoca con un lieve accento corso, conosca i segreti di famiglia e il carattere del cuoco del Reggimento. E un pazzo con manie religiose si impersonerebbe in San Paolo o addirittura in Cristo, non certo in un personaggio sconosciuto come Barnaba.
I matti da cliché si credono Napoleone, appunto, non un suo oscuro ufficiale o un soldato qualunque.
In altre parole, mi sembra davvero incredibile che Barnaba abbia inventato dal nulla una storia così complessa, con precisi riferimenti storici e analisi linguistiche e psicologiche discutibili ma non banali, al solo scopo di intrattenere un passante casuale.
E non mi sembra neppure che il simpatico vecchio sia un soggetto psicolabile, con manie, fissazioni o tendenze allucinatorie.
Certo, è un tipo fuori dal comune, anche considerando i parametri di normalità molto allargati usati qui da noi in paese. Ma è calmo, riflessivo, sorridente e sembra emanare serenità e ispirare fiducia.
Parla molto, ma con la tranquillità di chi vuole condividere una sua esperienza importante, non con il bisogno ossessivo di chi vuol mettersi in mostra e ha necessità di trovare un interlocutore per riversare su di lui le sue frustrazioni.
A mio parere non è affatto matto.
D altra parte, quel minimo di razionalità che ancora resiste in fondo al mio animo mi impedisce di prendere anche solo in considerazione l’idea bizzarra che un uomo vecchio di un paio di millenni possa aggirarsi di sera in mezzo ai boschi nella nostra civile Europa, raccontando di campi venduti a Gerusalemme, di ebrei emigrati a Cipro, di apostoli e di viaggi in nave o carovana.
Il problema è che escludendo entrambe le ipotesi, resta in piedi solo più una possibile soluzione.
Se l’uomo che mi ha accolto non è un ebreo cipriota vecchio di oltre duemila anni e non è neppure un soggetto con turbe psichiche sfuggito al ricovero coatto, il matto devo essere per forza io.
Tertia non datur, direbbe il mio professore di liceo.
Il grave è che si tratta di un’ipotesi che non mi sento affatto di escludere.
12 Il sorpasso
“Ti dicevo prima che Luca è scrittore onesto e affidabile. È anche straordinariamente capace di nascondere indizi dietro alle parole, di seminare qua e là piccoli particolari in apparenza insignificanti in grado di illuminare tutta la scena. Devi però leggerlo con grande attenzione, per capire cos’ha nascosto dietro e dentro le righe di un resoconto in apparenza lineare.
Spesso le informazioni criptate si celano nelle innocue forme grammaticali. Una cronaca in terza persona che diventa all’improvviso in prima persona, con il “noi” a indicare che lo scrivente era partecipe ai fatti, era coinvolto negli avvenimenti, come capita di colpo nel capitolo 16 degli Atti.
Oppure un ordine invertito e un nome cambiato, come nel racconto di quello che è definito il primo viaggio missionario. Che sarebbe poi il secondo viaggio che abbiamo fatto insieme, Paolo e io.
Tutto parte da Antiochia di Siria, dove avevo portato con me Paolo (ancora nelle vesti incerte di Saulo) e dove eravamo rimasti insieme per un anno intero.
Ad Antiochia non ero andato per caso: mi aveva mandato “la Chiesa di Gerusalemme” quando si era sparsa la voce che alcuni fedeli avevano iniziato a diffondere la Parola ai greci e agli altri pagani, esportandola fuori dal sacro terreno recintato del popolo d’Israele.
Erano le prime crepe di quella che sarebbe stata una grande frattura, di cui avremo modo di parlare.
Mi avevano scelto perché godevo della fiducia di tutti, ero considerato un uomo equilibrato, capace di riannodare i fili piuttosto che strapparli. Adatto, quindi, a queste situazioni di tensione e dotato della necessaria dose di buon senso.
Un Barnaba, appunto.
Proprio ad Antiochia gli uomini e le donne che si riconoscevano nella comunità avevano cominciato ad essere chiamati “cristiani” .
Chi legge superficialmente il resoconto di Luca può lasciarsi sfuggire l’importanza della brevissima annotazione. I nomi sono cosa importante, soprattutto per noi semiti. Sono l’essenza, rappresentano la persona stessa, non solo la sua evocazione. C’è coincidenza fra nome e persona, non semplice correlazione. Per questo c’è il divieto di nominare Dio. Per questo occorre non lasciarsi sfuggire l’indizio lasciato quasi casualmente da Luca nel corso del suo resoconto.
Cristiani significa qualcosa di nuovo, vuol dire non più solo ebrei. È la recisione del cordone ombelicale, che non nega la provenienza, ma sottolinea il distacco. Si è diventati altra cosa. È una pretesa di originalità, di novità, di autonomia.
Ed è frattura grave, dolorosa, difficile.
Come sempre quando si diventa grandi, quando si deve partire dal nido, quando si deve essere capaci di recidere legami, di fare distinzioni. Rottura che è tanto più dolorosa in quanto non rinnega quel che si è stati, non vuole definire superiorità, non vuole neppure interrompere relazioni.
Per voi oggi è difficile capire. Molti credono che il cristianesimo sia nato come per magia con la Resurrezione o con la Pentecoste, dal gruppo di seguaci e amici di Gesù che chiamiamo apostoli. Pietro, Giacomo, Giovanni e tutti gli altri.
Ma gli apostoli erano e si consideravano ebrei a tutti gli effetti, andavano regolarmente al Tempio, osservavano la Legge. Riconoscevano in Cristo il Messia atteso dalle Scritture e cercavano di convincere i correligionari, ma non avevano coscienza piena della portata dirompente della novità che stavano annunciando. Non avevano l’idea di muoversi su un terreno nuovo, di costruire una casa diversa.
E poi, il cristianesimo non poteva nascere a Gerusalemme, così come la Riforma di Lutero e di Calvino non sarebbe potuta nascere a Roma. Questione di controllo, ma anche e soprattutto di quell’autonomia mentale che si nutre della distanza e delle differenze.
Il cristianesimo nasce ad Antiochia, terra di arrivi e partenze, città di commerci e passaggio, greca di lingua e internazionale di mentalità. E nasce da un levita errante che aveva venduto il campo paterno, da un artigiano con studi da rabbino e precedenti di persecutore e da tanti altri uomini e donne con alle spalle strane storie di emigrazione e di viaggi.
Le cose nuove nascono sempre dagli incroci e dalle contaminazioni e lontano dai centri importanti: i terreni più fecondi sono spesso vicino ai confini.
La diffusione della Parola trova nel mondo vivace e recettivo di Antiochia un clima accogliente e la comunità cresce e si rafforza.
Come capita a primavera per le api quando il nido si fa stretto per la covata e le provviste, si progettano sciamature e i responsabili del gruppo decidono di mandare i loro rappresentanti più significativi a esportare quel messaggio che aveva cambiato la loro vita. Nasce quello che i biblisti chiamano il primo viaggio missionario.
Missione è parola che ha assunto significati diversi e a volte impropri, ma il termine vuol dire solo che si è stati mandati. Non si parte in missione di propria iniziativa.
A partire con la benedizione della comunità eravamo in tre: io, Saulo e Giovanni Marco, mio cugino. In quest’ordine, sempre secondo il racconto di Luca.
La meta scelta per il viaggio era Cipro.
Insomma, andavamo in missione a casa mia, tanto per andare sul sicuro. Lì potevo contare su una rete di amicizie e conoscenze che avrebbe reso meno problematici gli approcci e più sicuro il risultato.
Il viaggio non era difficile. Bastava andare al porto, aspettare con santa pazienza che una nave fosse carica e stesse per partire nella direzione giusta e si contrattava un passaggio. Non esistevano navi passeggeri, lo scopo era sempre trasportare un carico di mercanzia, ma gli armatori e i comandanti concedevano volentieri un posto a chi lo richiedeva, per cifre abbastanza modeste.
Erano i viaggi low cost di allora: si dormiva sul ponte, all’addiaccio, e chi poteva si riparava da pioggia e sole con una tenda. Noi eravamo fortunati: il mestiere di Paolo era proprio quello di fabbricare tende. Non era tessitore, come qualcuno crede, o vasaio, tagliava e cuciva tessuti già fatti da altri e confezionava proprio il genere di tende che usavano soldati o viaggiatori.
Non sto a raccontati del viaggio, del nostro arrivo, della buona accoglienza del Governatore, del diverbio con lo strano mago chiamato Elimas.
Ti dirò soltanto che a Cipro siamo arrivati in tre e ripartiti in due, che allo sbarco c’erano Barnaba, Saulo e Giovanni Marco e al ritorno Paolo e Barnaba.
Saulo non c’era più, era nato Paolo, e Barnaba non era più il primo termine del binomio.
Era avvenuto il sorpasso.
13 Indizi nascosti
Un nome cambiato e due nomi invertiti per indicare che tutto è non è più come prima.
Anche questo è un indizio non così facile da trovare per chi legge gli Atti senza la necessaria attenzione.
Se fosse nato oggi, Luca non avrebbe dovuto sbarcare il lunario grazie alla sua scienza medica o come redattore di sacri testi: avrebbe fatto fortuna come scrittore di gialli. Non dei noir che usano adesso, fatti di sangue e violenze, ma di quelli vecchio stile, con una storia complessa e una trama raffinata in cui l’autore cela gli indizi necessari alla soluzione del caso. L’abilità dello scrittore di questi romanzi è proprio quella di dare al lettore tutti gli elementi per arrivare al risultato, ma nascondendoli così bene da rendere la storia una specie di sfida intellettuale fra chi ha scritto e chi legge. Senza però barare, usando la necessaria onestà: la soluzione deve essere difficile, ma non impossibile, gli indizi devono essere nascosti, ma rintracciabili.
Luca in questo gioco è davvero bravo. D’altra parte, anche la medicina è una ricerca di indizi celati alla vista e forse la sua scienza e la sua forma mentale gli facilitavano questo modo di scrivere, in cui la profondità è ben nascosta in superficie e le cose semplici non sono mai banali come sembrano.
E a proposito di cose semplici, per me non è stato affatto semplice digerire il “sorpasso”. Arrivare primo e tornare secondo, sbarcare comandante e ripartire rematore.
Ho dovuto faticare per accettare questo ridimensionamento.
L’orgoglio è una bestia difficile da tenere a freno, anche per chi, come me, non ha l’apparenza di un superbo e la vocazione di primeggiare. Ma coltiva, comunque, nel profondo di quella zona poco esplorata dell’animo che chiamiamo inconscio, la convinzione delle proprie capacità e possibilità e il desiderio di essere apprezzato.
La vera umiltà è dote di pochi e sovente questi pochi non sono coloro che appaiono umili a prima vista. Questi ultimi, spesso, sono spacciatori inconsci di apparenze e si macerano nella frustrazione di non essere sufficientemente valutati, nascondendo il loro orgoglio sotto le sembianze dimesse di chi è disinteressato a notorietà e fama.
Ho faticato a fare con me stesso quello che mi veniva facile con gli altri: riannodare i fili, venire a patti, trovare una nuova dimensione accettandola non come ripiego, ma come opportunità.
Ho imparato una lezione che mi è molto servita nei secoli a venire.
La vita è spesso un’efficace palestra di ridimensionamento.
14 Ne valeva la pena
L’andata e ritorno alla mia Cipro è stata importante per definire i nostri ruoli reciproci, ma soprattutto mi è servita a capire fino in fondo qual era il mio vero lavoro e la mia personale “missione”.
Ti ho detto poco fa che una mia specialità è esserci, farmi trovare.
Un’altra è apparentemente l’esatto contrario: sparire, o meglio, non apparire. Ma non c’è contraddizione tra i due verbi: mi faccio trovare quando la mia presenza può essere utile e poi, quando non servo più, me ne vado. Torno nell’ombra.
Questa capacità di restare nascosto mi ha fra l’altro permesso di raggiungere quell’equilibrio e quella pace interiore che sono alla base della serenità mentale. Lo starmene in disparte mi regala ancor oggi lunghe vacanze che mi rigenerano e mi hanno concesso di invecchiare ben oltre quanto è dato agli uomini, conservando intatto il gusto per la vita, per gli incontri e per questo mio strano “lavoro”.
Coltivo con attenzione il mio stare fuori dagli sguardi, il rientrare nell’ombra, l’imperativo morale di essere persona normale.
Io sono “uno di noi”, lo sono sempre stato, in qualsiasi posto la vita mi abbia portato e con qualsiasi compagnia. Anche quando gli eventi mi hanno regalato ruoli importanti o brevi momenti di notorietà, sono sempre rimasto parte del gregge, uomo del popolo.
Sono cose che ho imparato col tempo, con lo sforzo e con una certa sofferenza interiore. Ma la lezione fondamentale è stata in questo mio primo viaggio con Saulo che si è trasformato in Paolo e in questa inversione dell’ordine dei nomi nascosta fra le righe di Luca. Non solo ho accettato il ridimensionamento, ma con gli anni ho cominciato sempre di più ad apprezzare questo starsene nelle retrovie.
Ho capito abbastanza presto che era molto più confacente al mio carattere essere un buon gregario piuttosto che uno scarso capitano. E ho anche capito che potevo fare molto meglio il mio lavoro proprio standomene in disparte nel mio angolino. Chi è sotto la luce dei riflettori spesso lavora per cose che crede importanti e che si riveleranno, col tempo, effimere e ha bisogno di risultati immediati per sostenere la sua notorietà, mentre chi è dietro il sipario ha la possibilità di non preoccuparsi dell’opinione altrui e di occuparsi così di orizzonti lontani.
Sovente ho approfittato del cono d’ombra proiettato dalla luce di Paolo, che al contrario di me aveva vocazione da leader, emergeva sempre dal gruppo.
Paolo era una forza della natura, un fascio di nervi, un condottiero, chiedeva sempre tutto a se stesso e agli altri, non ammetteva tentennamenti, mezze misure, compromessi. Non ho avuto la fortuna di conoscere Cristo, credo che anche lui ottenesse dai suoi amici una dedizione totale, ma sono convinto che avesse un altro modo di chiederla. Paolo la pretendeva, la dava per scontata, non ammetteva defezioni.
Lui era in guerra, combatteva la buona battaglia, chi non lo seguiva era un disertore.
Non era facile vivere con lui, e nessuno meglio di me potrebbe dirtelo, ma era davvero interessante.
Ne valeva sempre la pena.
15 Sulla cresta dell’onda
Nonostante il mio nuovo ruolo subordinato, l’avventura che stavo vivendo era quanto di più bello, travolgente, emozionante si possa immaginare. Il verbo vivere andrebbe però coniugato al plurale, perché non era una mia esperienza privata, era uno stato d’animo collettivo, un’onda che travolgeva e coinvolgeva tutti.
Una gioia non è mai piena se non è condivisa, se non la senti risuonare nell’amico che ti accompagna, nello sconosciuto che ti è casualmente vicino, negli occhi di donne e uomini che ti circondano contenti.
Non si può essere felici da soli.
Sembra una frase banale e scontata, ma basterebbe capirla a fondo per tagliare le gambe a tutti gli egoismi che avvelenano il mondo. Sarebbe sufficiente rendersi conto che l’unica forma di gioia duratura possibile per l’uomo è quella condivisa e che la felicità si moltiplica solo dividendola con altri per capire quanto sia suicida, per i singoli e per i gruppi, inseguire una “propria” soluzione, un benessere privato, una via di scampo esclusiva.
Ma questo vecchio ha il vizio di divagare e se non torniamo alla nostra storia rischiamo che l’alba ci interrompa prima di aver finito il racconto…
Stavo cercando di descriverti il clima di entusiasmo che pervadeva le nostre comunità, in quel primo benedetto secolo della nuova era. Anche se, come vedi, mi è rimasto il vizio di parlare troppo, è difficile farti capire davvero l’entusiasmo che abbiamo vissuto e le mie parole, pur con l’aiuto di questo vino generoso, del pasto condiviso e della magia di una notte in montagna, non sanno rendere la minima parte di quello che allora tutti noi abbiamo provato.
Vivevamo in un meraviglioso sogno, sentivamo la possibilità di cambiare davvero il mondo. Eravamo tutti sicuri che il Regno dei cieli fosse aperto e disponibile, appena a un passo da noi. Molti attendevano la Parusia, il ritorno di Cristo, come un evento imminente, come un qualcosa che stava per capitare in tempi rapidi. La soluzione di tutti i problemi, il compenso per ogni sofferenza, il rimedio di tutte le ingiustizie.
Certo, le nostre erano forse speranze ingenue e il tempo si sarebbe incaricato di farci capire che il traguardo era lontano e che i miracoli hanno questo nome perché capitano molto di rado e non sono comunque la soluzione ai nostri problemi.
Come succede sempre su questa terra, gli inizi di ogni cosa sono facili e promettenti, ma continuare è difficile. Subentrano tensioni, stanchezza, delusioni, incomprensioni.
Anche il nostro sogno, col tempo, si è rattrappito.
Ma questo non cancella la magia di quei mesi e di quegli anni.
L’entusiasmo è difficile da descrivere, ma lo puoi riassumere in tre aggettivi: è meraviglioso, contagioso e pericoloso. I primi due attributi sono facili da capire.
Del terzo è difficile rendersene conto, se non a posteriori.
Mentre lo vivi, vedi solo i lati positivi, sei abbagliato dalle speranze e dalle prospettive. Rischi allora di perdere di vista limiti e realtà, diventi intransigente, intollerante, estremista. Vivi nella prospettiva di un futuro che credi prossimo, non ti curi del presente e arrivi a disprezzare il passato. Non sopporti chi ti contraddice, chi non la pensa esattamente come te, chi non vive l’utopia come realtà.
Anche allora, per le prime comunità cristiane, l’entusiasmo era insieme una benedizione e un pericolo. Ci aiutava a crescere, a moltiplicare i fedeli, a diffondere idee e pratiche di vita. Ma acuiva anche i conflitti, accentuava le divisioni, ci rendeva meno tolleranti, più intransigenti, più idealisti.
Forse, le chiese di Paolo, quelle che erano nate grazie alla sua predicazione e che avevano ricevuto la sua impronta, erano più esposte di altre a questo rischio. Paolo stesso era un entusiasta, un trascinatore di folle, un bravo oratore.
Ma era anche, con un eufemismo, una persona poco flessibile.
Le comunità che nascono attorno a un leader indiscusso ne assumono la forma, ne ricevono un indelebile imprintig. Condividono col capo il sacro furore, ma spesso non hanno la sua grandezza d’animo e la sua l’intelligenza. Il problema non era Paolo, nonostante il suo carattere spigoloso e la sua mentalità da condottiero intransigente.
Erano i suoi seguaci.
