Barnaba 16-20
Con Paolo, senza Marco
Dalla mia Cipro, la terra in cui Saulo era diventato Paolo e aveva preso il bastone del comando, eravamo ripartiti verso la Panfilia. Appena arrivati sulla terraferma, a Perge, Giovanni Marco aveva deciso di averne abbastanza ed era tornato a Gerusalemme.
I motivi erano tanti.
Marco era giovane, doveva ancora cercare quella che sarebbe stata la sua strada, ma aveva anche un carattere deciso e forse non aveva gradito il passaggio del testimone e la nuova leadership di Paolo. Con me era molto affiatato, eravamo parenti; nella sua decisione di accompagnarci c’era forse anche il piacere di stare col cugino e di vivere un’avventura al riparo della sua ombra rassicurante.
Quando Paolo aveva preso in mano la spedizione e imposto la sua guida, Marco si era trovato spaesato. Non aveva capito perché io avessi accettato la situazione senza reagire, perché non avessi rivendicato diritti di primogenitura.
Anche lui aveva un carattere focoso, se leggi il suo Vangelo lo vedi bene sullo sfondo. Dal suo straordinario scritto traspare un autore molto diretto, incapace di giri di parole, lontano dagli eufemismi, con un rispetto assoluto per la verità, anche se scomoda. Non attenua, non addolcisce, non è capace di mediazione. Uno che non manda a dire le cose.
Inoltre, Marco era giovane, con l’insofferenza tipica dell’età per ogni forma di autorità, l’incapacità di mediare e la difficoltà ad avere una visione ampia, lungimirante.
Così è partito, con la mia benedizione.
Non ho fatto proprio niente per trattenerlo.
Il mio carissimo cugino doveva fare la sua strada, anche se tortuosa: sapevo che quello stesso Spirito che muoveva noi verso la Panfilia stava spingendo lui per sentieri che lo avrebbero riportato al posto giusto nel momento giusto.
Non era proprio il caso di preoccuparsi, né di arrabbiarsi.
Ma Paolo era troppo preso dalla “sua” missione per capire questi miei ragionamenti.
Per lui chi se ne andava era un disertore.
Eravamo in guerra, stavamo tutti combattendo la buona battaglia, chi volgeva indietro lo sguardo non solo era indegno del Regno dei Cieli, ma era un vero e proprio traditore.
Come forse avrai già capito da questo mio sconclusionato racconto, fra le innumerevoli virtù del mio amico Paolo non primeggiava la tolleranza.
Non sto parlando in modo ironico, Paolo era davvero una persona straordinaria, la mia stima per lui non è mai venuta meno. Ma non accettava compromessi, non tollerava defezioni. Era preso da un’idea dominante che assorbiva tutta la sua persona, bruciava tutte le sue energie, finalizzava tutte le relazioni.
Anche per questo ha raggiunto straordinari risultati.
Con lui – questo lo avevo già capito da tempo -era inutile star lì a discutere.
Così ho ripreso il viaggio.
Con Paolo, senza Marco.
Coppia fissa
Quello che è successo dopo sarebbe lungo da raccontare.
Il resoconto di Luca può dartene un buon riassunto, per quanto sia possibile comprimere sulla carta o sulla pergamena fatiche, discorsi, pericoli, gioie, stanchezza, amicizia, parole scambiate. Siamo stati ad Antiochia di Pisidia, a Iconio, a Listra prima di tornare al punto di partenza, Antiochia di Siria, accolti con amore e gioia dalla comunità che ci aveva mandati.
C’è stato poi un altro viaggio con destinazione Gerusalemme. Sempre Paolo e Barnaba, (rigorosamente nell’ordine) sempre inviati dai fratelli di Antiochia, a fare da mediatori fra conservatori e progressisti, fra cristiani ebrei ed ebrei cristiani.
Era la solita questione, che si era già presentata in forma larvata anni prima, della spaccatura che andava crescendo fra chi pur accettando Cristo si riteneva prima di tutto ebreo e chi pensava invece che fosse il caso di lasciarsi alle spalle l’uomo vecchio e abbracciare senza compromessi la nuova identità. Tra i tradizionalisti che inserivano le nuove istanze cristiane sul ceppo solido della legge di Mosè e delle innumerevoli prescrizioni che ritmavano la giornata dell’ebreo osservante e chi voleva invece spazzare via tutto per far posto alla semplice ma esigente legge dell’amore.
Inutile dire che noi di Antiochia, chiesa di periferia guidata con polso fermo da Paolo, eravamo i progressisti, mentre a Gerusalemme, all’ombra ancora potente del Tempio, si concentravano i tradizionalisti, quelli che volevano a tutti i costi restare aggrappati alle vecchie regole.
Paolo e io, a quei tempi facevamo coppia fissa, ed eravamo davvero una bella coppia. Insieme eravamo complementari. Tanto era intransigente e duro lui quanto ero flessibile e morbido io. Paolo capace di arrivare al cuore delle folle con la sua brillante oratoria e la sua dialettica travolgente, io in grado di parlare con più efficacia alla singola persona, costruendo rapporti solidi, di stima reciproca e affetto.
Paolo correva – lui era sempre di corsa – io camminavo, ma, alla fine, ci ritrovavamo sempre nello stesso posto. Lui andava in fretta e faceva da guida ai primi, io rallentavo il passo per aspettare gli ultimi e raccogliere i ritardatari e chi si era smarrito per strada.
In un telefilm americano lui sarebbe stato il poliziotto cattivo, io quello buono, di quelli che si alternano secondo copione negli interrogatori per far confessare il colpevole. In uno spettacolo teatrale lui sarebbe stato il primo attore, io la spalla.
I paragoni sono un po’ strampalati, ma servono a rendere l’idea.
Eravamo davvero una coppia ideale. Abituati a lavorare insieme, rispettosi della diversità di caratteri e ruoli, uniti nell’entusiasmo e nella fede, saldi nelle nostre convinzioni, ma soprattutto grandi amici. L’amicizia è la faccia più nobile dell’amore, quella più disinteressata, meno legata al gioco delle convenienze, degli affetti e delle opportunità.
L’amicizia fra me e Paolo si è costruita negli anni e si è cementata con milioni di passi condivisi, di viaggi in nave, di notti all’addiaccio o in case altrui, di pasti saltati e pasti mangiati, di pericoli corsi e scampati, di fughe precipitose, di andate e ritorni.
Insieme comunque eravamo davvero efficaci e se l’ago della bilancia si è spostato lentamente a favore delle posizioni progressiste è stato anche grazie a queste nostre missioni e al fatto che Paolo e io, (nell’ordine!), fossimo proprio una bella coppia.
Un popolo che aveva un Dio e un Dio che aveva un popolo
Per voi uomini del terzo millennio non è facile capire quanto fossero delicati i rapporti fra gli ebrei di allora e il resto del mondo e quanto potesse essere problematica l’apertura verso i pagani.
Il piccolo popolo eletto, circondato da imperi e da giganti, doveva proteggere la sua identità e la sua stessa esistenza alzando muri e barriere, costruendo e accentuando le differenze. È quello che fanno da sempre tutte le minoranze: preservare la propria essenza con segni visibili di diversità: veli, turbanti, barbe, circoncisioni, vestiti. E non è poi molto diverso da quello che, ai giorni vostri, fanno anche gruppi del tutto al di fuori del contesto religioso, con piercing, tatuaggi o strani tagli dei capelli.
Per gli ebrei osservanti ogni contatto con un non ebreo era una contaminazione. Condividere il pasto era impensabile.
Ma il pasto condiviso era proprio l’elemento portante delle nostre comunità: se si toglieva quello, si toglieva tutto.
Il primo grande scontro è stato proprio su questo pane mangiato e su questo vino bevuto insieme.
Per noi era ormai scontato che non esistesse più semita né greco, ebreo o gentile, libero o schiavo, uomo o donna . Tutti fratelli, tutti figli di uno stesso Padre.
Per gli ebrei cristiani arroccati a Gerusalemme lo era un po’ meno.
Per loro, il Padre dei cieli aveva figli e figliastri, o comunque, faceva preferenze fra i diversi membri della sua prole. Non si doveva predicare ai gentili, ai goym, non si poteva spezzare con loro il pane, condividere la mensa, invitarli in casa.
Altro problema, ancora più delicato, la circoncisione. Quel piccolo pezzo di pelle tagliata era il distintivo, il marchio d’appartenenza. Era ciò che ci distingueva, che segnava il territorio.
Noi delle chiese di periferia pensavamo che fosse giunto il momento di mollare gli ormeggi, di abbattere queste divisioni che ci impedivano di condividere casa e cibo con gli amici goym, di smetterla di crederci diversi dagli altri perché avevamo un pezzo di pelle in meno. Non era però cosa semplice da far capire a chi non la pensava come noi.
Prima di andare alla conquista del mondo era necessario (e forse più difficile) conquistare casa propria, convincere i nostri stessi compagni di fede di quello che eravamo.
Anche per questo motivo, Atti è pieno di lunghissimi discorsi che riprendono ogni volta dall’inizio tutta la storia del popolo eletto. Pietro, Paolo, perfino Stefano, il giovane rivoluzionario che aveva pagato per primo con la vita la sua audacia e temerarietà, sembrano voler fare ogni volta lezione con una pedanteria degna di un vecchio professore di storia ormai smemorato, ripercorrendo tutti gli avvenimenti, partendo sempre da capo.
È l’ansia di dimostrare l’appartenenza, di far vedere che si proviene dalle stesse radici, che si è gente di casa. ‘Anche noi siamo ebrei a tutti gli effetti, siamo popolo eletto come voi’, sembrano voler dire questi fiumi di parole che appesantiscono la lettura del testo di Luca. I patriarchi, l’andata e ritorno dall’Egitto, il girovagare nel deserto: tutte cose che ogni buon ebreo aveva sentito migliaia di volte nella sua vita, ma che aveva comunque piacere di riascoltare.
E che per noi era consolante ripetere: ci rassicurava, ci faceva sentire gente di casa. Come quando fra voi arriva uno sconosciuto che però parla dialetto o racconta vecchie storie che tutti conoscono, e lo si considera subito uno del posto.
Ma non c’era solo il problema del rapporto fra cristiani ed ebrei.
C’era anche il confronto fra mondo semita e mondo greco, senza contare la cappa pesante dell’occupazione romana.
La lingua greca era arrivata dappertutto, era davvero la lingua universale: tutti parlavano greco. Magari male, ma lo parlavano e lo capivano. Un po’ come succede oggi per l’inglese, ma in modo ancora più evidente e capillare.
Con la differenza che il greco aveva una base grammaticale e una raffinatezza di termini che non hanno paragone. Una lingua capace di creare la filosofia, la scienza e mettere le fondamenta per quella che oggi chiamate, con parole rubate appunto al greco, democrazia.
E una lingua non viaggia mai da sola: quando arriva, si porta dietro una cultura.
Il vostro cattivo inglese di oggi significa spesso finanza, speculazione, presunzione di conoscenza e di scientificità, semplificazione, omologazione. Anche il greco era la lingua commerciale, ma si portava dietro i germi inarrestabili del voler sapere, capire, decidere.
Non era roba da poco: era uno scontro fra mentalità diverse, per certi versi opposte.
Non per nulla, se leggi gli Atti, vedi che il primo grande problema per la nascente comunità cristiana di Gerusalemme è proprio stato far convivere ebrei di stampo semita con quelli già contaminati dal virus ellenista.
Luca lo racconta con la storia delle vedove “trascurate nella distribuzione quotidiana del cibo” , e dice chiaramente che “i credenti di lingua greca si lamentavano di quelli che parlavano ebraico”.
Il suo solito modo delicato per presentare una questione drammatica e lacerante.
E sullo sfondo c’erano i romani, i padroni, i dominatori. Non solo potenza militare schiacciante, ma soprattutto un’organizzazione civile avanzata e una potenza economica. E anche la certezza del diritto e l’intelligenza di lasciare ai popoli sottomessi la giusta dose di autonomia culturale e pratica. Roma non annientava, semplicemente dominava e sfruttava. Teneva i popoli al guinzaglio, lasciando a ciascuno un proprio spazio per usanze, tradizioni, religione. In più, garantiva ordine e un’amministrazione efficace, il che dalle nostre parti non era scontato.
In quella manciata d’anni in cui Paolo e io facevamo la spola fra Antiochia, Gerusalemme e le altre città dell’Asia minore, si stavano incrociando, scontrando e mescolando tre culture di enorme spessore e molto diverse fra loro.
La storia, vista con i miei occhi di vecchio che ha attraversato i secoli, è un grande frullatore, una betoniera che impasta avvenimenti, idee, persone per creare sempre qualcosa di nuovo. Che poi nuovo non è mai veramente, visto che è fatto di vecchi componenti rimescolati e ricombinati.
Ma non entriamo in questi discorsi, che ci porterebbero su sentieri dove rischiamo entrambi di smarrirci. È materia per storici, sociologi, antropologi.
Roba da studiosi, non certo adatta a un vecchio in grado appena di leggere e scrivere e a un camminatore casuale capace di perdersi sulle montagne di casa. Indigesta più di queste castagne bollite e difficile da masticare più di questo pane raffermo.
È però importante ricordare, per capire il quadro che fa da sfondo alla storia che ti sto raccontando, che greci e latini pativano nei nostri confronti, nei confronti del piccolo e sperduto popolo ebreo, un forte complesso di inferiorità.
Proprio loro, i giganti della cultura, della filosofia, dell’arte, del diritto, della forza militare, dell’organizzazione civile sentivano la mancanza di una vera dimensione spirituale. Senza poterlo confessare, ci invidiavano il nostro Dio unico, potente e paziente, ma soprattutto personale, credibile, attento.
Sentivano chiaramente l’inconsistenza del loro Pantheon infantile, dei loro piccoli dei a dimensione umana che non reggevano l’urto dell’indagine filosofica, sprofondavano davanti alla forza della logica, dimostravano tutti i loro limiti anche solo di fronte alla crescente capacità umana di argomentare e ragionare.
Loro, i padroni del mondo e della cultura guardavano con interesse allo strano Dio del piccolo popolo di Giuda, erano quasi in soggezione davanti a una religione che, a differenza della propria, aveva un fondamento, una struttura, un testo sacro.
E a un Dio che, a differenza dei loro, aveva un popolo.
Perché è vero che per un popolo è fondamentale avere un Dio, ma è altrettanto importante per un Dio avere un popolo.”
Vino, notte e parole
Barnaba interrompe per un attimo il suo lungo monologo e si alza con sorprendente agilità per mettere un pezzo di legna nella stufa.
Il fuoco che si intravede dallo sportello aperto disegna lingue colorate sulle pareti di pietra della stanza e gli illumina il volto incorniciato dai capelli bianchi. Gli occhi sono di un azzurro chiaro, che sa di cielo e di mare e sembrano irradiare serenità.
Non mi stupisce che sia stato uomo di pace, in grado di ricucire rapporti e di fare da mediatore fra uomini e culture in un periodo di scontri ideologici epocali. Lui stesso era forse frutto di questa contaminazione, con un nome semita e una lingua ormai greca.
Di certo, nel suo “mestiere” doveva essere bravissimo. È persona che conquista immediatamente la fiducia dell’interlocutore, che ti fa sentire a tuo agio, come se lo conoscessi da sempre.
Sono abbastanza smaliziato per non farmi incantare da millantatori o da venditori di false amicizie, di cameratismo interessato e di sorrisi di circostanza. Non sono tipo da farmi ingannare facilmente da venditori di parole e di speranze.
Barnaba non appartiene a questa categoria, di questo sono sicuro.
Non so se sia davvero chi dice di essere, ma a questo punto non mi interessa neppure scoprirlo. Mi sto facendo catturare dalla magia del suo racconto e dal piacere di condividere con lui vino, notte, parole e castagne bollite.
Mi è sempre piaciuta la storia, ma mi piacciono soprattutto le storie.
E Barnaba mi pare davvero bravo a mettere insieme le due cose, a descrivere i protagonisti ma anche lo sfondo, fa capire caratteri, pregi e difetti delle persone e sa inserirle sul palcoscenico in cui si muovono.
Comincio a credere che sia stata davvero una bella fortuna essermi perso nei boschi.
Con Marco, senza Paolo
Dopo un momento di silenzio Barnaba riprende il suo racconto: “Per tutta la mia lunga vita sono stato colui che ricuciva rapporti logori e relazioni deteriorate, che teneva insieme i diversi e rattoppava le situazioni degradate.
Mi veniva facile: ho un carattere conciliante, non amo i contrasti, non sopporto le tensioni. Detesto ogni forma di violenza, fisica, mentale o verbale.
Il mio “mestiere”, quindi, si adatta bene alla mia personalità. Non devo sforzarmi per essere disponibile, sorridente, affabile.
Non è una posa, né tanto meno un modo di presentarmi dettato da convenienza o ipocrisia. Non è una strategia per catturare la benevolenza della controparte, neppure la gentilezza interessata del commerciante o quella viscida del politicante.
È semplicemente il mio modo di essere, io sono fatto così. Dovrei sforzarmi per agire diversamente. Anche per questo, è stato davvero difficile, per me, quando ho dovuto “rompere” con Paolo.
Per la verità, io non ho rotto proprio niente, mi sono limitato a non seguirlo, ad andare, per una volta, per la mia strada, in un’altra direzione e con un altro compagno.
Con mio cugino Marco.
Come ti ho già raccontato, Paolo non aveva preso affatto bene che Marco ci avesse piantati in asso appena sbarcati a Perge, di ritorno da Cipro. E quando gli ho proposto che mio cugino ci accompagnasse per il viaggio che aveva programmato per tornare a visitare le comunità formate di recente, non ha voluto sentir ragioni.
Marco si era dimostrato poco affidabile e non sarebbe venuto con noi. Chi aveva tradito una volta avrebbe potuto farlo anche in seguito.
Per lui la questione era chiusa, fuori discussione.
Per me anche.
Ho preso con me Marco e sono partito. In un’altra direzione.
Credo che Paolo non si aspettasse affatto questa mia silenziosa decisione, che sia stato per lui – anche se sicuramente non l’ha dato a vedere – un vero e proprio choc.
Lui era abituato ad andare per la sua strada e a esser comunque seguito.
E poi eravamo amici e l’amicizia è un sentimento potente, che a volte sconfina nella gelosia. Di certo, la mia partenza l’ha ferito per tanti motivi diversi, che sarebbe difficile analizzare.
Credo anche che non abbia digerito (con quel fondo di orgoglio che il suo carattere impetuoso faticava a reprimere) il fatto che sia stato io a prendere la decisione.
Per i tipi come lui era certo più facile lasciare che essere lasciato.
Per me è l’esatto contrario, ho faticato davvero a partire. Sarebbe stato molto più semplice chinare la testa e adattarmi al suo volere, come facevo di solito.
Con Paolo avrei potuto discutere, bisticciare, avrei potuto usare le mie capacità di convinzione o di mediazione, facendo onore al nome che mi hanno cucito addosso.
Ho preferito lasciarlo e partire con Giovanni Marco.
Mio cugino aveva bisogno di essere accompagnato, indirizzato, rassicurato.
Paolo aveva bisogno del trauma della separazione dal compagno di sempre.
Sapevo che avrebbe vissuto la mia decisione come una ferita inaspettata, come un tradimento o una delusione. Ma sapevo anche che il tempo gli avrebbe fatto capire il senso e il perché della mia scelta.
E, in effetti, è andata proprio così. Come era prevedibile, nei primi anni non me l’ha perdonata, e mi ha cancellato dalla sua agenda. Non esistevo più.
Ma la vecchiaia nell’uomo giusto addolcisce il carattere e smussa gli spigoli e alla fine del suo percorso, quando ormai stava per terminare la sua corsa e non era più troppo impegnato a combattere la buona battaglia, anche Paolo ha potuto vedere le cose in una prospettiva diversa.
Ha rivalutato Marco, ha capito che strade diverse possono portare nello stesso posto e alla stessa persona, quel Cristo nel nome del quale tutti noi ci muovevamo.
Nelle sue ultime lettere lo associa ai suoi saluti per i destinatari delle missive, cosa che indica una comunanza di vita e di idee. Si raccomanda anche di far buona accoglienza a quello stesso “Marco cugino di Barnaba” che aveva causato la nostra separazione e che allora aveva così ostinatamente rifiutato. Una citazione indiretta – l’ultima volta che appare il mio nome, anche se solo di striscio – ma che, conoscendo Paolo come lo conosco io, è una mano tesa, un sorriso e una mezza richiesta di scuse per il vecchio amico dei suoi primi viaggi.
Ho preferito farmi compagno del mio giovane cugino, non solo per la simpatia che provavo per lui e per solidarietà parentale, ma perché intuivo vagamente che quel ragazzo sincero, onesto e un po’ ingenuo avrebbe potuto avere un ruolo importante. Allora era solo un’idea vaga, il sentore di una possibilità remota o forse l’intuizione embrionale regalata da quello Spirito che ci spinge sempre in direzioni impreviste.
Ti dicevo prima, parlandoti dell’entusiasmo che regnava nelle nostre comunità, soprattutto in quelle in cui Paolo aveva lasciato la sua impronta, dei possibili pericoli che questo stato di euforia intransigente poteva comportare. Ti avevo anche detto che non era certo Paolo a spaventarmi, ma i suoi seguaci. Ci sono sempre sudditi più realisti del re, funzionari più intransigenti del padrone, discepoli che vanno oltre al maestro senza però averne la stoffa.
Paolo era convinto che fosse imminente la fine dei tempi e il ritorno di Cristo, e con le sue doti oratorie non faticava a convincere gli ascoltatori. Questi sono argomenti e toni con cui è facile fare colpo sull’immaginazione della gente. Ma questa prospettiva in persone semplici e poco abituate alle analisi critiche poteva creare un clima malsano.
Chi è persuaso che la fine arriverà presto non progetta nulla per il futuro, non pensa al domani, non si cura dell’oggi, insomma, non vive più.
E questo è esattamente l’opposto della volontà di quel Dio che ci ha dato la vita perché la vivessimo intensamente, con gioia e con amore, e ci ha dato il mondo perché ne avessimo cura e lo conservassimo.
Non per aspettarne con ansia la fine.
C’era anche il rischio che col passare degli anni si perdesse il ricordo vivo della stessa persona di Cristo, che le sue parole, ricordate solo a memoria, si deformassero nei successivi passaggi, che il suo messaggio si appannasse o fosse distorto.
Bisognava prevenire queste possibili derive e l’unico sistema era tornare a Cristo, al punto di partenza. Per questo era anche necessario tornare a Pietro e agli apostoli, che con il prevalere delle chiese paoline rischiavano di essere messi in secondo piano.
Tornare a Cristo voleva dire fissare per sempre su carta le sue parole e la sua storia, contro ogni possibile deviazione e distorsione. Già in quei tempi stavano emergendo personaggi che “interpretavano” a loro piacimento i detti di Gesù, affidati solo alla memoria orale e li stiracchiavano a loro favore.
Qualsiasi frase di qualsiasi persona, se tolta dal contesto, può dar luogo a fraintendimenti e portare nella direzione esattamente contraria alle intenzioni di chi l’ha pronunciata. Non si possono mai isolare le parole dall’uomo e separarle dalla sua storia.
Quando ho preso con me Marco non lo avevo ancora chiaro in testa, ma mentre camminavo con lui, nelle lunghe ore in cui accompagnavamo ai passi rare parole, nelle sere in cui dormivamo vicini sui nostri mantelli stesi, piano piano l’idea vaga si è fatta possibilità concreta e poi proposta.
Ho capito che Marco era la persona giusta per raccogliere la testimonianza di Pietro e farne un racconto che sarebbe durato per sempre.
Era un ragazzo trasparente, senza idee preconcette. Non aveva nulla da dimostrare, nessuna teoria da sostenere e non avrebbe piegato storia e parole ai suoi interessi. Sarebbe stato un buon “registratore”.
Bastava attingere alla fonte giusta, quella originaria: quel Pietro che aveva memoria di ogni cosa vissuta e di ogni parola detta e l’onestà cristallina per riportarla senza aggiungere o togliere nulla. Anche quando, magari, faticava a coglierne il senso.
Marco aveva anche un modo di scrivere semplice ma efficace, sapeva descrivere le scene con vivacità e con poche parole. Certo, non aveva la padronanza della lingua di Luca, capace di un greco colto e corretto, e neppure la sua abilità nel fare “accurate ricerche” per garantirci elementi storici fondati. Ma non era quello il punto.
Marco, quel ragazzo che mi accompagnava, mi aiutava, mi sorrideva, spesso mi precedeva, sarebbe stato capace, col suo greco zoppicante e il suo vocabolario povero, di fabbricare un testo che non sarebbe mai stato dimenticato. Non tanto per i suoi meriti letterari (anche se si è poi rivelato autore formidabile), ma per la sua capacità di riportare fedelmente “parole di vita eterna” e di far venir fuori dal testo la Persona.
Era importante per me continuare a viaggiare, camminare, incontrare gente, diffondere la parola. Ma era più importante ancora aiutare Marco a uscire dal bozzolo, dargli tempo e fiducia perché potesse crescere e maturare con i suoi ritmi.
La missione di Paolo era esportare Cristo in tutto il mondo. La mia era quella di stare vicino a mio cugino. In fondo non era meno indispensabile e non erano neppure cose tanto diverse.
Marco avrebbe scritto un racconto che non sarebbe stato solo una storia e neppure un elenco di frasi dette e riportate.
Sarebbe stato un lieto annuncio, un eu angheliov. Una buona notizia.
La Buona Notizia.
