Barnaba 21-25

21 Sparire

All’inizio di questa lunga chiacchierata ti avevo detto che due mie caratteristiche solo apparentemente opposte sono farmi trovare e non apparire.
Col tempo ho perfezionato la tendenza a non apparire fino a esser capace di sparire. Saper sparire – con garbo, senza provocare traumi o addossare ad altri i propri carichi – non è cosa sempre facile.
Ci vuole un certo allenamento e una certa propensione innata a occupare poco spazio, a non farsi notare, a sfruttare i coni d’ombra e gli angoli nascosti.
Dal racconto degli Atti sparisco di colpo alla fine del capitolo quindici.
La telecamera di Luca era puntata su Paolo ed era logico che, andandomene per la mia strada, sarei uscito di scena.
Non ho alcun rimpianto per questa mia scelta di entrare nell’ombra, di diventare latitante. Già allora cominciavo a intuire quello che sarebbe stato il mio lavoro per il tempo a venire e, guardandomi indietro, ero soddisfatto di quello che mi era capitato di fare. Anche se non ne comprendevo affatto l’importanza.
Le cose si capiscono sempre a posteriori, quando ci sei dentro non le vedi con la giusta prospettiva. Al massimo, puoi avere il regalo di qualche vaga intuizione, puoi scorgere qualche traccia di chiarore nel buio. Fai rotta senza sapere bene la direzione, senza avere una bussola, senza capire dove devi arrivare.
Devi fidarti del vento, ma di questo parleremo più tardi.
L’ho capita solo molti anni dopo la vera dimensione di quello che mi era capitato di fare.
E sono riconoscente ancora adesso per aver avuto l’opportunità di dividere milioni di passi e di parole con Paolo e con Marco.
Ho camminato in mezzo a due giganti, al riparo della loro ombra, tanto grande da cancellare quasi del tutto il mio nome e il mio ricordo.
Non ne sono amareggiato, anzi, ne serberò per sempre memoria riconoscente.

22 La vera storia

Se la notte non stesse per finire e non avessi paura di abusare della tua pazienza di ascoltatore, potrei ancora da raccontarti tantissime storie, piccole e grandi, su tutto quello che è successo dopo.
In fondo, duemila anni sono lunghi e di cose ne capitano tante, belle e brutte.
Ma non voglio appesantire il racconto e soprattutto non voglio distrarre la tua attenzione dal nocciolo centrale della vicenda.
Non voglio fare come capita ai vostri giorni, che si seppellisce ogni verità in mezzo a un eccesso di altre informazioni, in modo da nasconderla bene e renderla irriconoscibile.
Anche per questo, faccio come Luca e non aggiungo più parole su quel Barnaba che nei primi capitoli faceva coppia fissa con Paolo.
Non ti dirò nulla dei miei viaggi successivi, dei successi e dei fallimenti e di tutte le innumerevoli volte in cui mi sono fatto trovare e ho cercato di essere nel posto giusto al momento giusto. Non aggiungerebbe niente a quanto ti ho raccontato fin qui.
Del resto, quello che sono lo puoi vedere da te: un vecchio insonne che parla troppo e che è stato contento di scambiare vino e cibo con un viandante smarrito in cambio di qualche ora di compagnia.
E poi, tutto quello che viene dopo il silenzio che segue la fine del capitolo 15 di Luca: la lettera che mi attribuiscono, il mio viaggio in Italia, l’approdo a Milano, il martirio a Cipro, rientra nella categoria delle leggende.
Il che non vuol dire che non ci sia qualcosa di vero.
Le leggende, si dice, hanno sempre un fondo di verità e comunque sono vere per chi le crede tali.
Significa solo che non conviene mescolarle con questo racconto.
Perché questa, che hai avuto la pazienza di sentire, è la mia vera storia.

23 Ingabbiare il vento

A questo punto del racconto posso però fare un’affermazione conclusiva e un po’ paradossale, senza troppa paura di essere frainteso.
Senza Barnaba, forse, non ci sarebbe stato Paolo e neanche Marco.
Non ci sarebbe stata la Chiesa, come la conosciamo, e neppure i Vangeli, di cui Marco è stato l’apripista.
E tutta la storia sarebbe da raccontare in modo diverso.
Detto così può sembrare davvero troppo presuntuoso, anche per un vecchio fuori di testa come dovrò esserti sembrato all’inizio di questa chiacchierata. La degna conclusione di un discorso strampalato, la sparata finale di una mente malata, di una personalità prigioniera delle sue frustrazioni e di manie di grandezza.
Ma credo che tu ormai mi conosca abbastanza – in fin dei conti abbiamo diviso una notte, una pentola di castagne e diversi boccali di vino – per capire il senso delle mie parole. E poi, non ho detto “senza di me”, ma senza Barnaba – un barnaba qualsiasi a unire, cercare, incoraggiare e farsi trovare – ed è cosa ben diversa.
Dalle nostre parti non c’è spazio per l’orgoglio, che è davvero uno dei sentimenti più stupidi e infondati, oltre che più antipatici a Dio.
Invecchiando, poi, anche la presunzione si attenua, e si vedono le cose da una prospettiva diversa, più distaccata. Quando superi di qualche secolo l’età pensionabile, cominci a capire che non sei solo tu il protagonista della tua personale storia e che la tua navicella ha percorso oceani immensi solo grazie al vento portante che ne gonfiava le vele. Capisci che la tela era tua, ma non eri certo tu che soffiavi.
L’orgoglio si trasforma quindi in riconoscenza e in stupore per la bellezza del viaggio.
Forse non sono del tutto sano di mente, ma posso assicurarti che non ho davvero manie di grandezza o deliri di onnipotenza.
Siamo tutti strumenti che risuonano solo grazie al vento che li percorre.
Tu che eri suonatore di flauti e clarinetti potrai capirmi: uno strumento a fiato senza il soffio è muto e inutile.
Ma è vero anche il contrario, cioè che l’aria non si trasforma in note musicali se non trova strumento e strumentista. C’è una dipendenza reciproca, una relazione biunivoca.
Se leggi con attenzione il resoconto di Luca lo vedi chiaramente, che dietro e dentro a ogni cosa, ogni persona, ogni azione, ogni pensiero c’è Lui, lo Spirito.
Per il lettore moderno è perfino troppo ripetuto negli Atti questo concetto, troppo ribadito. Dà perfino l’impressione che tutti gli eventi siano teleguidati da una regia esterna. Gli apostoli trovano una via sbarrata: è lo Spirito che non vuole che vadano in quel posto. Tempeste, contrattempi, buona o cattiva accoglienza sembrano programmati da questa entità esterna, questo supervisore che tutto controlla e che guida discepoli e comunità secondo le sue imperscrutabili volontà.
Ma questa è una cattiva lettura del testo, condizionata dal vostro modo attuale di esprimervi. Luca non voleva certo trasformare lo Spirito in un Grande Fratello, voleva solo sottolinearne la presenza, ribadire, appunto, che senza vento nessuna nave può viaggiare.
Senza togliere importanza al timoniere e ai marinai.
Spirito, aria, soffio, vento, libertà, espressione. È Lui al centro di tutto, l’anima e il motore di ogni cosa e di ogni avvenimento.
Se non si capisce questo, tutta la storia che ti ho raccontato perde ogni significato.
Il paragone con gli strumenti musicali può aiutarti, ma è imperfetto: noi siamo strumenti viventi che partecipiamo attivamente, non pezzi di ottone o di legno capaci solo di risuonare a comando.
Quella fra uomo e Spirito è piuttosto, con termini biologici, una simbiosi, o con un paragone economico, una società di persone e capitali. Una società un po’anomala, in cui il capitale versato arriva quasi tutto dallo Spirito, mentre noi ci limitiamo a collaborare, a lasciar fare, a non opporre troppa resistenza.
L’aria si infila dappertutto, muove le pale dei mulini, spinge le navi sul mare, separa il grano dalla pula, fa asciugare il fieno e il bucato.
Noi dobbiamo solo essere permeabili, capire la direzione e lasciarci trasportare, assecondare, e magari, partecipare.
E questo vale per le singole persone e per le grandi o piccole comunità, per i gruppi, per le istituzioni, per gli stati.
Come capita spesso per le cose migliori, anche lo Spirito è sovente frainteso. Ai nostri tempi come ai vostri giorni. Allora, come ti ho detto, c’era questa sorta di euforia, o, al contrario, un affidamento passivo che sconfinava nel fatalismo.
Oggi è triste vedere come certe sedicenti “chiese” riducano lo Spirito a una fabbrica di miracoli, lo banalizzino, riescano addirittura a farlo diventare un fenomeno commerciale e a trarne guadagni. Imbonitori televisivi, spacciatori di speranze, venditori di illusioni, predicatori chiassosi e fedeli invasati: non c’è nulla di più lontano dal vero Spirito, che è vento leggero e silenzioso, efficace e nascosto.
Lo Spirito è curioso e birichino, si diverte a scompigliare, apprezza le belle compagnie, le persone divertenti, la sana promiscuità fra i sessi, i sorrisi e le battute, appunto, “di spirito”. E non è certo il tipo che si presta a intervenire a comando, per dovere di rappresentanza, non bolla la cartolina né striscia badge elettronici.
Lui, come sta scritto “soffia dove vuole”, non certo dove deve o dove fa comodo a qualcuno.
Capire cosa sia lo Spirito è davvero difficile, non basta certo una vita, anche se lunga ben oltre il consueto limite concesso. Io, ogni giorno che mi è dato di vivere, mi stupisco di vederne una faccia nuova, una sfumatura che non avevo mai intravisto prima.
Il vento è sempre dolce e ribelle, paziente e insofferente, leggero e insistente. Mette insieme aggettivi contraddittori, riesce a conciliare gli opposti. Agisce, ma richiede adesione e collaborazione, ama la nostra iniziativa e la nostra fantasia, vuole gente autonoma ma anche capace di farsi guidare.
È la cosa più pervasiva, ma anche quella più lontana da ogni invadenza.
Sullo Spirito puoi sempre contare, ma non puoi mai darlo per scontato.
È imprevedibile, è un po’ la faccia anarchica di Dio, a volte sembra perfino giocare con te, con le tue esigenze e aspirazioni, sembra volerti fare i dispetti.
Vorresti il vento e c’è bonaccia, hai bisogno di calma e arriva la tempesta.
A lui bisogna affidarsi, ma sempre tenendo ben stretto in mano il timone e senza farne una scusa per inattività o incostanza, senza rinunciare a prendere decisioni.
Lui non tollera i pigri e i fatalisti, chi lascia pendere flosce le vele per ignavia, invece di tesarle per catturare ogni briciola di vento.
Insomma, lo Spirito è davvero impossibile da ingabbiare in una definizione, potremmo star qui a parlarne tutta la notte – e per la verità è tutta la notte che stiamo parlando di Lui – senza arrivare a ritrarlo con frasi adeguate.
D’altra parte, definire vuol dire determinare, mettere un termine, un confine.
E non è davvero possibile ingabbiare il vento”

24 Tre castagne bollite

“Per fortuna, non è proprio possibile ingabbiare il vento”.
Barnaba ripete la sua ultima frase, come se volesse sottolinearla e lasciarmela come ricordo e riassunto di tutto il suo lungo discorso. Poi sorride e alza gli occhi verso la finestrella.
Fuori un pallido chiarore inizia a filtrare fra i rami.
“Prendi queste tre castagne che restano, io devo partire e non è bene sprecare il cibo. A forza di stare a sentire questo vecchio raccontare la sua strana storia, abbiamo fatto l’alba e con le mie divagazioni ti ho tenuto sveglio tutta la notte.
D’altra parte, è un racconto che credo valesse la pena sentire, e per condensare avvenimenti e idee così importanti in una chiacchierata ci vuole comunque tempo.
Una notte d’autunno è stata appena sufficiente.
Sta facendo chiaro, ora dobbiamo partire, ma andiamo per strade diverse.
Tu adesso troverai facilmente il sentiero che avevi smarrito. Ricordati che quando ti perdi in montagna conviene salire e non scendere, cercare di raggiungere il crinale e non il fondovalle. Come capita spesso, la via più faticosa è la migliore e non bisogna farsi ingannare dalle alternative comode. Dall’alto hai vista migliore e potrai riconoscere i luoghi.
Salendo, incrocerai la strada forestale: prendila nel senso giusto, mi raccomando…- mi dice con un caldo sorriso, e dopo un attimo aggiunge con tono scherzoso – ma queste cose non devo certo dirle a te, tu questi posti li conosci bene, non sei certo tipo da perderti a poche miglia da casa tua…”
Con queste parole mi regala un abbraccio e un ultimo sorriso.
Mi chino a raccogliere la giacca e lo zainetto che avevo lasciato sulla panca e a prendere le tre castagne che restano nel fondo della pentola.
Quando mi volto non c’è più nessuno. Non ho sentito alcun rumore, non ho visto neppure aprirsi la pesante porta di castagno.
Barnaba diceva sul serio: è davvero bravo a sparire.

Post-scriptum
Quella che avete appena finito di leggere è la “vera” storia di Barnaba, compagno di Saulo e poi Paolo, cugino e guida di Marco, apostolo sconosciuto capace di farsi trovare e, allo stesso tempo, di non farsi notare.
“Uomo buono, pieno di Spirito e di fede”, come lo definisce Luca.
Persona (non personaggio!) affascinante, presenza discreta ma determinante che si muove con dolcezza ed efficacia in mezzo a personalità forti e a fatti, idee e tensioni che avrebbero cambiato i millenni a venire.
Questa storia deve tutto ad Angelo Fracchia (a cui devo davvero un enorme grazie, ma che naturalmente non è responsabile dei miei svolazzi mentali e di eventuali errori) e agli amici di Mambre. Senza di loro non sarebbe mai nata.
Devo ringraziare anche la mia sbadataggine, che mi consente di perdermi ancora nei boschi, l’insonnia che me l’ha dettata, Germana che da sempre sopporta le mie evasioni letterarie, l’autunno che mi ha di nuovo regalato il piacere di scrivere e, soprattutto, Barnaba che si è fatto trovare.
A lui va davvero un ringraziamento speciale per avermi tenuto buona compagnia in questi miei ultimi giorni.
Di mio, ho messo solo tre castagne bollite e una certa capacità di stare ad ascoltare.
Come già per l’altra Vera Storia, quella di Giacomo, vecchia ormai di qualche anno ma a me sempre molto cara, destinatari occulti del raccontino sono Francesco e Chiara, i nostri due figli, ormai sui sentieri del mondo.
Perché, come dice il mio amico Erri, si scrive sempre per incapacità di comunicare altrimenti.
Cervasca, autunno 2016

A dieci anni di distanza da quel 2016 mi dà una profonda gioia vedere che il mio Barnaba non solo è uscito dal cassetto della scrivania dove ha riposato per tutti questi anni, ma ha preso una forma che non avrei davvero mai immaginato, in cui le parole del racconto si sposano con la fantasia del disegno.
Devo ringraziare per questo imprevisto ma felice matrimonio Guido Giordano e il direttore della Guida, Massimiliano Cavallo, ideatore dell’abbinamento e architetto della sua realizzazione pratica.
Sono molto contento anche della formula “a puntate”, che mi ricorda un cammino di lunga durata. Nell’epoca del tutto e subito e del “tempo reale” ci riporta alla pazienza del muoversi lentamente a piedi e alle storie raccontate una volta nelle veglie e diluite in più serate per tener viva la curiosità degli ascoltatori.
Grazie anche di cuore a tutti quelli che hanno avuto la pazienza e la costanza della lettura,

Cervasca, primavera 2026

lele viola (mail@leleviola.it)