Una montagna che cambia

1 Una montagna che cambia

Chi vive nel cuneese non può fare a meno di vedere le montagne che incorniciano città e paesi, fra Bisalta e Monviso, e queste immagini, col tempo, le assimiliamo, diventano parte di noi. Il paesaggio è, infatti, qualcosa che ci entra dentro, non è un contorno o un contesto, ma una parte importante del nostro essere, una costituente della nostra interiorità.
Viviamo un’epoca di cambiamenti profondi e rapidissimi e anche la nostra montagna ha vissuto e sta vivendo trasformazioni radicali in tutti i suoi numerosi aspetti. Come per tutte le dinamiche che ci coinvolgono, possiamo e dobbiamo cercare di capirle e, per quanto nelle nostre possibilità, di intervenire, indirizzare e correggere. Per questo penso sia importante una riflessione sul passato, sul presente e sul possibile futuro delle “nostre” valli.
La montagna, così come credo possa essere il mare per chi vive in zone costiere, è argomento sterminato, infinito nel senso profondo e poetico del termine. Tentare di analizzarne le dinamiche di cambiamento sarebbe quindi il tema di uno studio ponderoso, riassunto in un “saggio” di notevoli dimensioni. Una cosa al di fuori della mia portata di persona aliena da ogni “saggezza” e capace, tutt’al più, di raccontare storielle. Così provo a descrivere qualcosa di questo infinito mondo in perenne evoluzione usando le mie esperienze personali, i documenti d’archivio e le parole di molti testimoni incontrati nel corso di decenni di frequentazione e di condivisione di vita in montagna.
Parlo naturalmente della montagna “antropizzata”, non del mondo dell’alpinismo, delle cime e delle scalate. Mi interessa la montagna delle donne e degli uomini che nel corso dei secoli si sono ostinati a vivere in quell’ambiente difficile e spesso ostile, e anche degli animali allevati che ne hanno condiviso e permesso la vita. La montagna delle borgate, dei sentieri, dei forni, delle cappelle, dei terrazzamenti. Un mondo che riflette ostinazione, lavoro duro, a volte fame e sofferenza, ma anche libertà, condivisione, solidarietà, sobrietà, autosufficienza, musica, capacità di far festa. Tutti “capitali” che dobbiamo cercare di non perdere nelle dinamiche di cambiamento che rischiano di voler trasformare le valli in parchi giochi, in musei del folklore, in valvole di sfogo della opprimente quotidianità cittadina o in resort per turisti ricchi e spensierati.
Da sempre le nostre montagne sono oggetto di sfruttamento. Basta pensare all’acqua, alle cave, al legname, ai pascoli. Per secoli le valli sono state vie di passaggio, frontiere da difendere, serbatoi di manodopera stagionale robusta e a buon mercato o di truppe da inviare al macello nelle varie guerre. Ora rischiano di diventare terreno per speculazioni turistiche, catalizzatori per attirare soldi pubblici e contributi per progetti fantasiosi e strampalati, o “riserve indiane” in cui confinare gli autoctoni.
Anche un certo ambientalismo e animalismo massimalista (e molto “cittadino”) rischia di penalizzare chi si ostina a vivere e lavorare in valle. A dimostrazione che “ismo” è sempre un suffisso pericoloso, che incollato alle parole può arrivare a stravolgerne il senso profondo. Per non parlare della burocrazia, vero cancro dei nostri giorni, che rende di fatto impossibile per molti il ritorno alla montagna. Già Nuto Revelli, in tempi ormai lontanissimi e infinitamente più semplici degli attuali, scriveva che “la campagna non ne può più di leggi e leggine”. Una delle tante intuizioni profetiche di uno scrittore che ha saputo “inventare” un genere letterario e dar voce e dignità a un mondo che allora era disprezzato.
E’ evidente che per capire il presente e progettare il futuro bisogna conoscere il passato, sia quello remoto, che chiamiamo “storia”, sia quello recente che possiamo scoprire attraverso le parole e i racconti degli ultimi testimoni e anche per nostra stessa memoria. Per questo vorrei iniziare questa chiacchierata partendo proprio dalla mia personale esperienza. Non certo per raccontare i fatti miei, ma per condividere le cose che ho “imparato”. Vivere per una decina d’anni in una borgata isolata e disabitata, ricostruendo case e stalle, allevando capre e pecore, facendo il fieno e cercando di coltivare i campi è stata una buona scuola per avvicinarsi a un mondo che si può conoscere solo dal di dentro, vivendolo in prima persona. Mi ha dato anche lo stimolo e la curiosità, negli anni successivi, di cercare di conoscerne la storia che ancora impregna i luoghi in cui viviamo attraverso la perenne attualità dei documenti d’archivio e i racconti degli ultimi testimoni.

2 La “mia” borgata
Ho ereditato l’urgenza di coltivare la terra da mio nonno Pietro e dalle infinite generazioni di servi della gleba che l’hanno preceduto. L’amore per la montagna è invece un virus che mi ha contagiato da piccolissimo, col latte materno. Mia mamma era maestra elementare e nel 1955/56 faceva scuola ad Acceglio, così ho passato buona parte del mio primo anno di vita nell’alta val Maira.
Un imprinting indelebile che mi ha portato negli anni della gioventù a esplorare le basse e medie valli cercando di avvicinarmi con la lentezza dei piedi e l’attenzione dello sguardo alla realtà delle borgate, allora ancora in discrete condizioni e in parte abitate. La scoperta di un mondo che volevo condividere e fare mio attraverso l’unico modo possibile: dovevo trovare il “mio” posto e andarci a vivere, fare tutte le tappe di quell’eterno apprendistato che da sempre avevano fatto tutti gli abitanti della montagna. Imparare a fare fieno con il dagn, a costruire muri con le pietre del posto, trasformare gli alberi in colmi e costane e rifare i tetti, piantare e chavar bodi, allevare pecore e capre, mungerle e fare tume e ricotte.
Nel frattempo, fra una passeggiata e l’altra erano passati gli anni del liceo e dell’università. La laurea in agraria era servita per capire l’enorme distanza fra il sapere e il saper fare, a rendermi conto che “esperto” è solo chi ha fatto davvero esperienza e che testa, mani e piedi non sono universi separati, ma devono crescere e vivere insieme.
Continuavo a passare il mio tempo libero girovagando per le borgate alla ricerca di un approdo, concentrandomi soprattutto sulla valle Stura, che allora viveva un fermento di vitalità. Erano gli anni di Bignami, delle prime stalle sociali, del caseificio cooperativo, degli albori delle Comunità montane. Demonte aveva anche una piccola ma fiorente scuola agraria, con annessa una bella azienda didattica.
Così un giorno sono capitato in una borgata diroccata e disabitata, senza strada né luce elettrica. E, come capita a volte ai giovani, mi sono subito innamorato. Avevo trovato il mio posto, o magari lui aveva trovato me.
Mi sono sempre chiesto, senza mai darmi una risposta convincente, se siamo noi uomini a scegliere i posti in cui vivere, o non piuttosto i luoghi a decidere con chi dividere la propria esistenza solitaria. Siamo noi che crediamo di aver trovato il nostro territorio o è quel posto che ci ha scelto come suoi temporanei ospiti e ci accoglie con la deferenza un po’ distaccata dovuta a visitatori di passaggio?

La borgata era quasi invisibile, avvolta dalle siepi di rovi, recinzione naturale a difesa della memoria di una vita passata. La valanga del ’72, ultimo anno di immense nevicate, era passata su un mondo ormai quasi deserto, lasciando intatte solo le volte a botte di pietra delle stalle e un paio di case. Giovani frassini erano nati sull’humus di vecchi fieni, le radici esploravano gli interstizi fra i sassi. La popolazione si contava a migliaia: topi, ghiri, cinghiali, vipere, scorpioni, poiane.
L’ultima abitante se n’era andata dopo la valanga. Era rimasta sola da quando il “padrone”, con cui condivideva casa, vita e lavoro, era morto di carbonchio. Un’infezione del bestiame, il Bacillus anthracis, si era portata via l’ultimo uomo rimasto a guardia di quel pugno di case aggrappate alla montagna. Tutti gli altri avevano lasciato da tempo quella vita di lavoro e disperazione.
Io avevo deciso di andare a vivere lassù.
Gli eredi erano nove, ma due erano morti e avevano lasciato a loro volta altri eredi. Sparsi per l’Italia e la Francia. Gli atti di proprietà erano carte ingiallite con scritte in inchiostro di seppia, da penna a pennino, svolazzi in bella grafia, pazienza e arte di amanuense d’altri tempi. Sui fogli di quinterno piegati e bollati i campi avevano ancora i loro nomi in occitano, vicino ai numeri di catasto. Nessuno aveva mai fatto denunce di successione. Le case erano divise sul colmo, tutte comproprietà con persone sparite, di cui rimaneva a ricordo il cognome. Inghiottite da strade di emigrazione senza ritorno. La terra era tanta, ma a pezzetti, divisi, distanti. Un po’ di bosco qua, un prato là, un pascolo a tre ore di cammino.
Chi mi aveva cercato per proporre l’acquisto era il più anziano dei tanti fratelli. Da decenni volevano vendere, ma non avevano ancora trovato qualcuno disposto a mettere in quadro le carte, scovare gli aventi diritto e soprattutto tenersi quel mucchio di sassi. Che a loro ricordavano un pezzo di vita troppo penoso, una storia triste di miseria nera, col padre in prigione e poi morto suicida e loro piccoli a scacciare la fame e i ricordi.
Loro volevano vendere, dimenticare quel posto e la loro infanzia tribolata. Io volevo comprare, provare a misurarmi con quelle pietre e quei rovi. Volevo confrontarmi con quel passato di uomini e donne che avevano vissuto abbarbicati a prati scoscesi e su sentieri sempre in salita.
I muri erano crollati, ma le pietre restavano ancora impregnate di quell’eco di vicende umane che chiamano storia. Quella vera, fatta dalla gente, non la cronaca di battaglie, di generali e di re che raccontano i libri. Lassù, nella borgata diroccata, la storia era ancora intatta, nascosta fra le volte delle stalle e il cielo aperto dei fienili. Bastava fermarsi a leggerla.
I materiali di costruzione erano solo pietre, terra e alberi. La casa era un pezzo di roccia, un residuo di bosco, la continuazione del prato. Non un’escrescenza anomala come certe nuove costruzioni. Adornava la pelle della terra senza romperne la continuità, senza ferirla. Adesso fabbrichiamo sovente corpi estranei, piantati nel terreno come verruche, come tumori o strane protuberanze.
A guardare la borgata dal vallone di fronte, vedevi gli stessi colori, non percepivi discontinuità dal bosco. Le pietre riflettevano le rocce della Ruera, le travi erano tronchi d’albero, gli stessi che anni prima alzavano i rami al cielo lì attorno. Non c’era distacco, non c’era violenza.
Fra i muri crollati, sotto le volte a botte, c’erano ancora gli attrezzi della fatica quotidiana. Nella cucina, al riparo dell’unico trave rimasto intatto, il macchinario più sofisticato e moderno, di certo l’ultimo sofferto acquisto prima della fuga: un ventilabre per separare il grano dalla pula, mosso da una grande manovella.
Nella stalla due aratri che potevano rappresentare l’evoluzione di questo attrezzo simbolo dell’agricoltura. Un vultìn di ferro, in grado già di girare la zolla e il suo antenato in legno, l’aratro a chiodo del neolitico, un robusto tronco sagomato e dotato di manici, capace solo di grattare il terreno scavando un solco. Un attrezzo arcaico, scomparso dalla nostra agricoltura evoluta di pianura fin dal medioevo. Sopravvissuto in quell’angolo di montagna assieme ai ritmi e ai riti di una vita ormai perduta per sempre.
Appoggiato alla mangiatoia c’era una specie di cassa di legno: era lou gamatùn, una sorta di contenitore formato da un tronco d’albero scavato chiuso a una estremità da un’assicella. Serviva per raccogliere la terra che si era accumulata in basso e riportarla nella parte superiore dei campi, oltre che per altri piccoli trasporti. I seminativi erano talmente ripidi che oggi faticheremmo a chiamarli pascoli. La parte più preziosa del poco terreno, la frazione fine, era dilavata dalle piogge e bisognava ogni anno riportarla in alto. A spalle, col gamatùn o sul basto del mulo, con le banastros.
“Remuntàr tero” era lavoro di tardo autunno o dell’inverno, prima che la neve costringesse tutti al riposo forzato. Una classica fatica di Sisifo, intestardirsi contro la più universale delle leggi, la forza di gravità. Ma era fatica obbligatoria, perché la terra era poca e preziosa, giusto un velo a ricoprire la roccia madre. E da lei dipendeva il gonfiar delle spighe e la possibilità di riempirsi la pancia.
Nel fienile c’erano i basti dei muli, les banastros per caricare terra e letame, falci di ogni tipo e misura: dagn, masuiròt da erba e da grano, vecchie zappe a uno o due denti, beciàs o magau. In genere fini e molto lunghe, anche una quarantina di centimetri, per lavorare in profondità la terra senza portarla a valle e senza far troppa fatica. La zappa classica, a base larga, serviva solo a rincalzare patate e mais, a lavorare terreno già smosso. Zappe e falci erano tutte consumate, alcune quasi fino alla nervatura centrale: ce ne vogliono dei colpi per mangiarsi tutto quell’acciaio e restituirlo alla terra in microscopica limatura. Gli attrezzi del lavoro quotidiano sopravvissuti ai loro proprietari e al crollo delle case mi raccontavano come doveva essere dura, faticosa e ripetitiva la vita quassù.

3 Una “vera” scuola
I primi anni di vita nella “mia” borgata sono stati per me la vera “scuola”, in cui ho cercato di entrare in un mondo che, se pur mio per avvallo notarile, ero ancora lontano da conoscere e capire a fondo.
Una delle prime cose che ho imparato è che “la tera l’è basa”, (ma basa dabun!), soprattutto se è in forte pendenza e si prova a lavorarla senza molta meccanizzazione. Prodursi la pagnotta da mettere in tavola, arando, erpicando, seminando il grano a spaglio, mietendo col masuirot e battendolo con una vecchia trebbia a punto fisso insegna davvero cosa voglia dire lavorare per il pane. Fare il fieno su prati in forte pendenza e portarlo a casa coi bariùn, andare al pascolo, mungere le capre due volte al giorno, trasformare il latte in formaggio vuol dire fatica, preoccupazioni, a volte ansia e col tempo diventa quella che in piemontese definiamo “na staca”.
In quegli anni di laborioso apprendistato ho intravisto quanto dovesse essere dura, difficile e a volte opprimente, la vita in montagna nei tempi passati. Se mai ne avessi avuto una visione romantica o edulcorata, la vita quotidiana e le storie di chi era vissuto lì prima di me mi avrebbero guarito dalla tentazione di colorar di rosa il passato e farne un paradiso perduto.
Ho anche capito davvero le parole di Nuto Revelli che con l’onestà che lo ha sempre contraddistinto, evitava di spacciarsi per montanaro e contadino: “noi, nonostante tutto, operiamo da fuori…”.
Un’altra cosa che ho imparato è il significato dell’espressione “frammentazione fondiaria” che avevo sentito più volte negli anni di studio, senza capirne il senso vero e gli effetti su società e paesaggio. Già riuscire a comprare era stata un’impresa difficile. Avevo lavorato mesi per scovare tutti i proprietari girovagando per Italia e Francia, avevo fatto denunce di successione di persone morte da decenni, ero riuscito solo al secondo tentativo a riunire tutti gli aventi diritto per fare finalmente l’atto notarile. Nei primi tempi, passavo intere giornate con la cartina catastale in mano per cercare di capire dove fossero i miei appezzamenti in quel mare di runse e piante varie. Solo vicino alle case decine di particelle di dimensioni a volte piccolissime. In una stalla addirittura un subalterno di due metri quadri, lo spazio appena sufficiente per dormire.
Il risultato del susseguirsi di divisioni ereditarie, con famiglie troppo numerose a spartirsi la poca terra e la sicura fame. L’economia di autosufficienza obbligava ciascun erede a possedere il suo pezzo di prato, il suo pezzo di bosco, di orto, di pascolo, di seminativo, di stalla, di casa. E ad ogni generazione le fette di torta diventavano sempre più piccole, fino quasi a sparire. Condannando ogni successiva ondata di figli a fare un altro buco nella cinghia, moltiplicando in modo esponenziale la povertà col numero delle divisioni.
Una frammentazione che aveva modellato il paesaggio, creando borgate circondate da innumerevoli piccoli appezzamenti vicini e lontani e aveva condizionato pesantemente la vita quotidiana, aumentando il tasso di litigiosità, obbligando spesso i giovani a emigrare temporaneamente per raccattare i soldi necessari a comprare qualche pezzo di terra per ricostituire un’azienda autosufficiente, in modo da poter metter su famiglia.
Un’altra parola di cui credo di aver imparato il significato confrontandomi con la vita e la storia delle borgate è “autosufficienza”. Parola profonda e nobile, su cui si basa, come aveva intuito Gandhi, qualsiasi pretesa di libertà e autonomia.
Non si tratta di credersi in grado di fare da soli, senza l’aiuto degli altri, (questo è la stupida e pericolosa illusione dell’autarchia), ma di cercare di produrre quello che serve alla vita: cibo, vestiti, riparo, calore.
La società del passato in montagna faceva quasi a meno di quell’intermediario di ogni nostro attuale rapporto che chiamiamo “moneta”, ma era comunque ricca di scambi e di aiuti reciproci. Riuscire anche solo in piccola parte a prodursi i beni necessari alla vita è cosa che arricchisce e dà senso all’esistenza, regala autonomia mentale, ci spinge alla riconoscenza, ci fa detestare ogni tipo di spreco, mette le basi per una vita e una società libera. Fare piccoli tentativi di autosufficienza ci aiuta a capire anche cosa significhi davvero, nella pratica, e quanto sia difficile e faticoso, se non impossibile, prodursi da soli i beni necessari alla sopravvivenza. Possiamo così provare a immaginare il passato remoto e anche recente delle nostre valli, traducendo magari aridi numeri e anonimi dati d’archivio, in sensazioni: fatica, gioia, ansia, pena, paura, fame.

4 La montagna dei vinti: gli anni 70-80
Nuto Revelli non era mai salito fino alla borgata in cui vivevamo, si era fermato in quella appena sotto, a sentire la testimonianza di Silvio e della moglie Pina, arrivata dalla Calabria. Una delle storie di vita raccontate nell’Anello forte, che insieme al Mondo dei vinti è uno dei pochi libri indispensabili a chi cerchi di capire la nostra montagna e i suoi protagonisti.
Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare in quegli anni Nuto, una persona che considero un vero maestro in tanti campi. Per capire qualcosa della montagna di oggi bisogna passare anche dai suoi racconti e dalla sua raccolta di testimonianze.
Nuto aveva conosciuto montanari e valligiani già da giovane ufficiale, condividendo con i suoi soldati i giorni tragici della ritirata di Russia. Di loro diceva: “Avevano cura delle cose, si preoccupavano della salute del mulo come se fosse una bestia della loro stalla. E li indignavano gli sprechi, le ruberie, la noncuranza…”. I mesi della lotta partigiana confermeranno questa immagine della montagna come “un mondo vicino a noi…che non ci ha mai traditi” e verso il quale Nuto avrà sempre un “profondo rispetto”.
“Rispetto” che nei tempi ormai lontani in cui registrava testimonianze e le traduceva in libri dando voce a montanari e contadini, non era affatto cosa scontata.
Gli anni 70 e 80 sono stati per la nostra montagna quelli forse peggiori. Gli insediamenti in quota o mal collegati si erano ormai quasi svuotati, chi restava doveva fare i conti con la solitudine, la precarietà economica dei pochi soldi raggranellati con la vendita del vitello e delle castagne, ma soprattutto con un malcelato disprezzo sociale. Era davvero il mondo dei “vinti”, dei perdenti, dei poveracci. Un isolamento non solo materiale, ma anche e soprattutto creato dalla poca considerazione da parte della società di allora, tutta proiettata a inseguire una modernità fatta di soldi, successo, benessere economico, vita facile. La montagna agricola era allora davvero ai margini, un posto e un modo di vivere da cui fuggire al più presto.
Nuto, con le sue sedute di registrazione tradotte in pagine scritte che sanno restituire l’anima delle persone intervistate, ha combattuto contro la mentalità di allora che emarginava e disprezzava montanari e contadini, con la stessa sacrosanta “rabbia” che riservava alle ingiustizie sociali e alla stupidità militare fascista. E ha contribuito in modo determinante a dare dignità e “rispetto” a tutti i montanari e i valligiani.
Se oggi la campagna e la montagna sono realtà apprezzate, riconosciute e perfino desiderate dai giovani è anche grazie al suo ingombrante magnetofono e ai suoi numerosi pellegrinaggi nelle borgate di quegli anni. A dimostrazione che i “vinti”, alla fine, possono essere i veri vincitori.

5 Una storia di vita quotidiana
Per i casi della vita (ma credere al caso è come credere a Babbo Natale) decenni dopo la mia esperienza giovanile di vita in borgata e i vari tentativi di coltivazione e allevamento, ho avuto occasione di poter fare ricerche negli archivi storici comunali di quelle che considero un po’ le mie due valli, la valle Stura e la valle Grana. E’ stata la scoperta di un mondo prima per me quasi sconosciuto e la conferma di una continuità e di un legame profondo e radicato.
Gli archivi con le loro annotazioni, le loro cifre, le liti, gli accordi, le tasse, i catasti ci fanno capire che la storia è quotidianità e vita comune, non cronaca di eventi e personaggi. È sorella gemella della geografia, madre della buona architettura. E, grazie a quella meravigliosa facoltà umana che si chiama “immaginazione” può diventare davvero una buona compagna di viaggio e di vita. Ci aiuta a ridimensionare le nostre paure e le ansie, regala una visione prospettica, ci fa sentire meno soli e sperduti. Collega noi con chi c’era prima e chi verrà dopo.
È un punto di partenza obbligatorio per qualsiasi progetto o pensiero di trasformazione.
Sono le basi, le fondamenta per tentare di costruire e indirizzare il futuro.
A partire dal Settecento la burocrazia sabauda richiedeva precise statistiche delle produzioni agricole, anche nei comuni più piccoli e decentrati e questi dati ci danno un’idea precisa di come fosse la vita quotidiana nel passato nelle nostre valli
L’alimentazione, allora, era basata soprattutto sui cereali e si riteneva che la razione annua per permettere la sopravvivenza di una persona corrispondesse a dieci emine di segale o grano, cioè circa 180 chili. Mentre nei paesi di pianura le produzioni erano (in media!) sufficienti, almeno nelle annate normali, in molti comuni montani i dati lasciano chiaramente vedere una grave penuria alimentare.
Un interessante Questionario di ben 100 domande diligentemente compilato dall’impiegato del comune di Castelmagno nel 1837 spiega che gli unici cereali coltivati erano la segale e l’orzo. Si seminavano quattro emine per giornata e se ne raccoglievano dodici, con un rapporto di produzione di tre a uno. Ogni chicco seminato ne rendeva in pratica tre, di cui uno doveva essere tenuto per la successiva semina. Per riempirsi la pancia ne restavano quindi solo due, troppo pochi per sfamare una popolazione che superava i 1300 abitanti e che non poteva andare al supermercato a risolvere le carenze alimentari.
Nel comune, pur mettendo a coltura pendii molto ripidi con giganteschi lavori di terrazzamento (couagnes) e pur sfruttando ogni millimetro di terreno disponibile (il testo dice che “non vi è apparentemente altro terreno sodo che potrebbe coltivarsi”) in quell’anno si erano prodotte solo mille emine di segale e altrettante di orzo (180 quintali). Per mantenere tutti i residenti ne sarebbero servite cinque volte tanto.
Una matematica semplice, che però allora significava la pancia vuota e magari la morte per fame. Logico quindi scendere a valle per offrire il proprio lavoro in cambio di cibo e di qualche soldo.
I dati di produzioni agricole di fine settecento e inizio ottocento sono simili in tutti i comuni in cui ho curiosato e nelle basse valli la situazione in passato non era migliore, anzi, per molti aspetti era ancora più dura.
Una montagna sovrappopolata che, pur con una buona capacità di sfruttare a fondo le risorse e con quantità di fatica oggi impensabili, non riusciva a nutrire tutti i suoi abitanti: questa è in estrema sintesi la realtà delle nostre valli fino a novecento inoltrato. Per sopravvivere bisognava emigrare, almeno stagionalmente, cercando altrove quello che non si poteva trovare a casa propria.
L’emigrazione stagionale è sempre stata un fenomeno connaturato con le caratteristiche dell’agricoltura montana di un tempo, che richiedeva enormi quantità di lavoro nel breve periodo estivo, ma obbligava a lunghi mesi di quasi inattività invernale. Scendere in pianura o andare all’estero nella brutta stagione era il modo per procurarsi da mangiare, ottenere un po’ di denaro e contemporaneamente occupare il tempo morto dei mesi freddi. Spesso era questione di vera e propria sopravvivenza, come ci raccontano i numeri delle produzioni agricole.
Nel passato remoto la popolazione nelle nostre valli e in tutto l’arco alpino era funzione delle disponibilità alimentari. Nei periodi in cui c’era abbastanza da mangiare il numero di abitanti cresceva, in caso di carestie o penuria diminuiva drasticamente. La pestilenza del 1630, che in molti nostri paesi aveva dimezzato la popolazione, era stata seguita da una forte impennata demografica, perché i sopravvissuti avevano più cibo a disposizione. L’introduzione della patata a inizio Ottocento, con le sue buone rese e il forte contenuto calorico, aveva in molte zone delle alpi raddoppiato la popolazione in tempi brevi. La prova matematica del fatto che la carenza alimentare è stata per secoli il fattore demografico limitante.

6 Agricoltura e allevamento, un’integrazione che diventa una simbiosi
Per sopravvivere in montagna era necessario sfruttare ogni più piccola risorsa offerta da un territorio difficile per clima, pendenza, accessibilità. Cosa possibile solo grazie a una quantità di lavoro e fatica oggi inimmaginabile e alla perfetta integrazione di agricoltura e allevamento, un binomio un tempo inscindibile. Mucche, pecore e capre sfruttavano l’erba prodotta nei prati e pascoli in cui la pendenza eccessiva e altri fattori impedivano la coltivazione di cereali e col letame restituivano fertilità ai seminativi.
I dati delle produzioni di cereali e legumi nel passato remoto delle nostre valli ci dicono di rese del tutto insufficienti alla semplice sopravvivenza della popolazione, ma come scriveva il Brandizzo nella sua Relazione del 1753, “venivano in aiuto” i latticini e i prodotti del bestiame, senza i quali i “poveri particolari” non avrebbero avuto nemmeno “di che pagare la taglia” cioè la tassa fondiaria sul terreno.
I bovini erano il “caviàl”, il capitale per eccellenza (ma non credo che Marx intitolando così la sua opera intendesse fare un testo di zootecnia), i meno abbienti dovevano accontentarsi di pecore a capre. Erba e fieno erano beni preziosi e sovente gli animali sopravvivevano solo grazie alle foglie di vari alberi, la cui raccolta era spesso controllata e regolamentata. Molti comuni montani nel Settecento affittavano, oltre ai remunerativi pascoli, anche le “dezene di foglia di rovere” e altre piante, con aste al miglior offerente. E ancora in tempi recenti, una signora di Valloriate mi raccontava di quando da bambina si doveva arrampicare sugli alberi per tagliare rami, nascondendosi a volte in cima per sfuggire alla guardia campestre che vigilava sui boschi del comune.
Antonio Isoardi di Lampouret, classe 1923, ricordava che la carenza di terra era tale che li costringeva a procurarsi il foraggio con la continua ginnastica del salire su frassini, querce e castagni a tagliar rami e che questo aveva provocato grandi problemi durante gli anni di guerra, quando nella borgata erano rimasti soltanto più i vecchi, incapaci ormai di quell’esercizio di acrobazia. Dopo la tremenda esperienza del campo di concentramento e l’eterno viaggio di ritorno fatto in buona parte a piedi era arrivato stremato alla sua borgata sperduta in un vallone laterale della val Grana. Suo padre, dopo averlo abbracciato e ristorato gli aveva subito chiesto di salire sulle piante a tagliar rami, perché la mucca stava morendo di fame.
I grandi pascoli in quota erano la vera ricchezza di tanti comuni montani, che li affittavano per cifre molto alte (in genere a pastori “forestieri”). Castelmagno, Demonte, Vinadio ricavavano dalle aste per l’affitto dei pascoli cifre sufficienti per il bilancio e per pagare il “tasso” ai Savoia, mentre le comunità che non avevano alpeggi da affittare dovevano spremere molto di più i propri cittadini.
Io credo che i pascoli in quota siano risorse importanti anche ai nostri giorni e che debbano restarlo anche in futuro. Un tempo il problema era lo sfruttamento eccessivo, oggi potrebbe essere l’esatto contrario. Un pascolo, come dice la stessa parola, deve essere pascolato, altrimenti si degrada, crescono infestanti, cespugli e alberi vari e si trasforma in una triste “buschina”.
L’unica forma di conservazione della natura è infatti il suo corretto utilizzo, non certo l’abbandono. I boschi devono essere tagliati a tempo e ora, i prati falciati, i campi coltivati, gli alpeggi pascolati. Il non utilizzo è in questi anni il peggiore dei nemici della montagna, ancor più di eventuali approcci colturali poco rispettosi dell’ambiente, per fortuna rari. Fra le parole inglesi che sopporto meno c’è proprio wilderness, che dovrebbe esprimere l’idea della natura selvaggia e incontaminata, ma spesso significa solo degrado, incuria e abbandono
Sulle nostre montagne l’unione fra agricoltura e zootecnia era un tempo così profonda da assumere l’aspetto scientifico di una simbiosi. Lo testimonia la stessa architettura con l’unitarietà della casa alpina, un incastro di stalla, abitazione e fienile. La vita privata e sociale si svolgeva per gran parte del tempo proprio nella stalla, vero luogo di aggregazione, che serviva da salotto, da camera da letto, da laboratorio artigianale.
Non è il caso di rimpiangere quei tempi, se non per certi aspetti di vita comunitaria e per la scelta (allora imposta dalla necessità, oggi dalla saggezza e dalla giustizia) di una sobrietà dignitosa. Ma il divorzio fra animale e terra è un aspetto preoccupante di questo nostro mondo ed è sintomatico di una tendenza al disequilibrio che può portare a conseguenze inimmaginabili.
La coltivazione dei terreni si è buttata nelle braccia della chimica, si è fatta abbindolare dall’illusione di una fertilità facile e di una crescita illimitata. Gli animali sono stati strappati ai prati, all’erba, al sole e rinchiusi in tristi campi di concentramento, ridotti al rango di macchine da latte, da uova e da carne.
Nel futuro della nostra montagna spero che ci sia posto per un ritorno a un’agricoltura naturale e tradizionale, anche se in chiave moderna, col giusto grado di meccanizzazione e di consapevolezza scientifica.
L’agricoltura del passato nelle nostre valli era per forza di cose naturale e rispettosa dell’ambiente, molto prima della comparsa di tutte le “nuove” forme di coltivazione della terra. Come capita spesso, scopriamo l’acqua calda, gli diamo un nome che suona bene (agricoltura biologica, biodinamica, rigenerativa, naturale, permacoltura…), condiamo il tutto con un po’ di teoria e siamo convinti di aver creato qualcosa che prima non c’era.
Non vorrei con questo essere frainteso: sono convinto che reagire ai pericoli e ai disastri dell’agricoltura industriale sia necessario e io stesso sono stato parte attiva della prima associazione di agricoltori biologici del cuneese, ormai quasi mezzo secolo fa. Ma dobbiamo renderci conto che non stiamo inventando nulla di nuovo, se mai stiamo ritornando, con maggiori conoscenze e consapevolezza, sul sentiero tracciato dai nostri antenati.
In questo senso, le nostre valli sono una risorsa e un patrimonio da conservare, recuperare, usare e valorizzare. La lontananza dai centri industriali, la conformazione del terreno, spesso in pendenza, il naturale ricambio di aria, la purezza delle acque sono un valore aggiunto che rende unico e prezioso il nostro ambiente montano.
Per prima cosa è necessario essere consapevoli di questa fortuna ed evitare pratiche che possano rovinare i delicati equilibri della natura. Non dobbiamo cioè importare modelli di agricoltura industriale, frutteti specializzati di grandi dimensioni con portainnesti deboli e varietà sensibili ai parassiti e neppure forme di zootecnia intensiva o di orticoltura su scala troppo vasta.
Terreni, acqua, aria e ambiente poco contaminati sono il vero capitale che abbiamo ricevuto in eredità e qualsiasi prospettiva o progetto futuro delle nostre valli deve tenerne conto, anzi, come si diceva un tempo, “tnì ben da cunt”.

7 Fra particolare e comune
Montagna è sinonimo di libertà, di autonomia e di resistenza. E’ anche una questione fisica, di spazi e di distanze. Una società diffusa, distribuita in piccoli nuclei quasi autosufficienti, lontani geograficamente e mentalmente dai centri di potere e di controllo permette e pretende una vita libera e indipendente.
Lo studio dei documenti conservati negli archivi comunali e in particolare degli Statuti quattrocenteschi ci dà un’idea chiara di cosa significhi davvero la parola “autonomia”, che nell’originale greco vuol dire darsi da soli le proprie leggi. Cosa possibile solo se si raggiunge un buon livello di autosufficienza, per liberarsi dal ricatto della dipendenza economica e alimentare. Allora si trattava di sottrarsi almeno in parte al potere feudale dei “signori del Luogo”, poi sono arrivati la dominazione sabauda, il fascismo, le guerre, l’industrializzazione. Adesso abbiamo altri nemici della libertà e dell’indipendenza, forse ancora più subdoli e pericolosi, per la loro capacità di nascondersi dietro parole apparentemente buone e condivisibili.
Uno dei termini in assoluto più frequenti che troviamo negli archivi è il sostantivo “particolari”, usato come sinonimo di “cittadini” e che potremmo tradurre con proprietari terrieri. La parola non esaurisce però tutti i significati, che vanno molto oltre il semplice possesso di beni fondiari. L’economia di autosufficienza vedeva nella possibilità di sostentamento proprio e della famiglia la prima importante soglia di riconoscimento sociale e la proprietà di una “pezza” di terra era l’obiettivo primario e la condizione per raggiungere tale traguardo.
Per molti aspetti, solo il “particolare” godeva della pienezza dei diritti civili e della possibilità di partecipare alle decisioni condivise sulla gestione dei beni comuni. Il possesso di beni propri, anche piccoli, era quindi la chiave di accesso anche per godere in pieno dei beni collettivi ed essere riconosciuti a pieno titolo cittadini. La società di un tempo si basava sulla complementarietà di piccoli appezzamenti privati coltivati intensivamente e di vaste estensioni comuni il cui utilizzo era regolato da norme condivise.
L’idea di proprietario terriero fa pensare, al giorno d’oggi, a un soggetto benestante, mentre nei documenti d’archivio al sostantivo “particolari” si accompagna di frequente l’aggettivo “poveri”. La nostra montagna era costituita in gran parte di “poveri particolari”, cioè piccoli proprietari che faticavano a raggiungere una condizione di autosufficienza alimentare e a pagare le tasse, alla mercé degli imprevisti climatici, dell’instabilità politica, della rapacità del fisco, delle ricorrenti epidemie. Situazione comune a quasi tutti e dignitosa, a differenza della condizione di “miserabili”, magari altrettanto diffusa, ma che sottintendeva non tanto la povertà, ma la mancanza di beni fondiari, anche minimi.
Per capire il passato della nostra montagna (cosa necessaria per immaginarne l’anima) dobbiamo tenere insieme questi due aggettivi sostantivati apparentemente molto diversi: particolare e comune. Lo status di particolare, raggiunto col possesso di un pezzo di terra anche minimo, garantiva una sfera di reale libertà, adesso impensabile. Sul proprio terreno e a casa propria il proprietario era il “dominus” latino, poteva costruire, modificare, trasformare: insomma, faceva quello che voleva. Nello stesso tempo, tutti erano coscienti di dipendere dagli altri, dall’aiuto reciproco e soprattutto dal capitale di beni comuni (pascoli, boschi, sorgenti, viabilità) che permettevano di fatto la sopravvivenza.
Le nostre bellissime borgate sono la rappresentazione pratica tradotta in architettura della coesistenza armonica di questi due concetti, solo apparentemente opposti. Nascevano da un centro di aggregazione, materiale o spirituale (il forno, il lavatoio, la cappella) ed erano di dimensioni in genere crescenti con la quota. La casa isolata o il piccolo “tetto” tipici della pianura diventavano grandi borgate accentrate in alta valle. Il clima rigido, le grandi nevicate e le distanze imponevano una convivenza e una cooperazione necessarie alla stessa sopravvivenza.
Io credo che nell’immaginare un futuro delle nostre valli sia necessario tener insieme questi due aspetti e ritrovarne la pienezza di significato.
Ritrovare la libertà uccisa da un controllo burocratico asfissiante e controproducente e nello stesso tempo riscoprire la necessità e la bellezza di cooperare, di lavorare e prendere decisioni insieme. Riuscire a essere allo stesso tempo “particolari” e “comuni” ripescando dal passato e riportando al presente e al futuro la possibile convivenza di libertà e solidarietà.

9 Non solo agricoltura
Alla fine di questa troppo lunga chiacchierata mi rendo conto che ho parlato quasi solo della montagna dal punto di vista dell’agricoltura. Deformazione professionale, eredità genetica o postumi di una vocazione giovanile che mi ha accompagnato lungo tutta la vita. Ma la montagna non è solo agricoltura e allevamento e non lo era neppure in passato.
Montagna è innanzitutto una cultura, una lingua, una società, un modo di vivere e di relazionarsi. Montagna è anche un’architettura meravigliosa, che ha saputo non solo integrarsi alla perfezione con la natura, ma addirittura “costruire” il paesaggio. Una bellezza che nasce dall’essenzialità, dalla semplicità, dalla funzionalità di tutti gli elementi costruttivi, ma anche dalla cura del particolare, dalla sapienza artigiana e dall’uso di materiali del posto.
Pietre che erano rocce, lose ricavate da piccole cave locali, travi che poco prima erano alberi, portati in loco e messi in opera con la collaborazione di tutti, sabbia recuperata dal biàl che scorreva nelle vicinanze. Ogni parte della casa, della stalla o del fienile era poco prima un componente naturale del paesaggio e tale restava anche dopo, nella nuova funzione. Nessuna stonatura, solo piena armonia di colori e di forme.
I costosissimi recuperi architettonici di borgate da parte di investitori danarosi, con pietre da spacco provenienti da cave lontane, tutte rigorosamente uguali e squadrate, lose del Peloponneso, travature svedesi o austriache, raccontano invece tutta un’altra storia. Parlano di investimenti, di capitali da far rendere, di globalizzazione, di un turismo d’élite. La “nuova” borgata così ristrutturata risponderà a tutte le innumerevoli norme attuali, magari sarà anche “bella”, ma, come diceva una vecchia canzone, sarà una “bella senz’anima”.
Fra le tante attività dell’umano ingegno, la nobile arte del muratore e l’architettura sono senz’altro fra le più incisive, importanti, durature, delicate e spesso anche impattanti. Come faceva dire Marguerite Yourcenar al suo imperatore Adriano: “costruire significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre”, e “ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte d’una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta d’un sogno.”
Le parole del vecchio imperatore romano condensano in modo mirabile l’importanza e anche la delicatezza e la responsabilità che si assume chi mette mano a ruderi ed edifici del passato per ridare loro vita.
Il concetto di bello è davvero particolare, perché per certi aspetti è del tutto personale e soggettivo, per altri è comune e condiviso. Sfugge anche alla ricerca di motivazioni e ai tentativi di definizione, Non tollera sinonimi esclusivi. Inutile cercare di imprigionarlo in schemi o ridurlo a parole solo apparentemente equivalenti. E’ vero che bello è armonico, proporzionato, aggraziato, ma non è tutto qui, anzi, l’essenza è qualcosa che ci sfugge e va oltre ogni tentativo di catalogazione.
Anche per questa sua natura bivalente, insieme personalissima e collettiva, è rischioso imporre criteri “obbligatori” di bellezza, armonia e gusto, soprattutto in campo architettonico. Resta però, al di là delle differenze culturali e di gusti, una base comune, condivisa, che in qualche modo ci mette tutti d’accordo.
Il vero bello è semplice ed essenziale, ogni eccesso, ogni sovrastruttura appesantisce e imbruttisce. Il bello nasce anche dalla funzionalità e dalla libertà, ogni elemento costruttivo serviva a qualcosa di preciso e importante, non c’era spazio e tempo per cose inutili. C’era però condivisione e collaborazione, in ogni borgata c’era chi era più bravo e capace e si prestava a dare aiuto e consigli. C’era anche l’emulazione e la sana voglia di affermazione personale e famigliare, che diventava materia solida in un muro perfetto, in una volta armonica, in una capriata robusta e audace, in un camino aggraziato.
Nel futuro della nostra montagna spero che ci sia un recupero funzionale di edifici rurali e di intere borgate, sulla base dei criteri di libertà, di responsabilità e di condivisione che stanno dentro i due termini “particolare” e “comune” che tenevano insieme la società di un tempo.

Camini a Narbona di Castelmagno

10 La capacità di far festa
La nostra montagna era anche musica, cultura e capacità di far festa insieme. E proprio la “festa” era un momento importante, anzi, “fondamentale” nel senso proprio del termine. Era la base che costruiva buoni rapporti di vicinato e amicizia, indispensabili per tenere insieme una società che poteva sopravvivere solo se c’era armonia. La frammentazione fondiaria, la vicinanza forzata, la necessità, la gelosia sarebbero stata una miscela esplosiva se non ci fosse stata la festa a creare unione, distensione, buone relazioni.
La festa era innanzitutto il riposo in tempi in cui i lavori manuali pesanti e ripetitivi appesantivano le giornate e minavano il fisico. Era la biblica legge del sabato, la saggia alternanza di impegno e rilassamento. Era anche il momento in cui si socializzava, si creavano amicizie e relazioni, nascevano amori. C’era spazio per pratiche religiose e per momenti di convivialità.
Festa era il mangiare insieme, in tempi in cui la fame era una costante compagna di vita e le poche occasioni di riempirsi la pancia erano momenti di vera felicità. Fin dai tempi remoti delle Confratrie, il pasto condiviso “promiscue et indistincte”, tutti insieme per una volta, ricchi e poveri, era il collante che creava la comunità. Ed era anche un delicato ed efficace sistema di assistenza e un meccanismo livellatore. I più ricchi in occasione di festività religiose offrivano cibo, pagavano i musicisti, addobbavano la chiesa, spendendo a volte cifre considerevoli a favore anche di chi aveva meno mezzi e disponibilità. Certo, era un modo di mettere in mostra le proprie possibilità economiche e di ottenere considerazione, ma era anche un aiuto concreto dato ai più poveri, che almeno per un giorno potevano riempirsi la pancia, riposare e godersi la vita.
La festa era legata al calendario religioso, al santo “locale”, al protettore da epidemie e carestie, da tempeste, grandinate e siccità. Spesso i vari santi subivano un processo di localizzazione che li faceva entrare a pieno titolo nel rango di compaesani. San Magno era passato proprio lì, a Castelmagno, ed era stato martirizzato fra Chiappi e Chiotti. San Dalmazzo era stato ucciso a Borgo, poco oltre Gesso. Oggi queste storie ci possono far sorridere, ma, in tempi in cui l’autorità umana e divina era data dalla distanza e dalla poca accessibilità, era un modo per affermare la vicinanza, la complicità, la condivisione di vita. Era un modo di dire che il santo “era uno di noi”, di renderlo accessibile, vicino.
In genere le feste seguivano e segnavano anche i vari momenti dell’annata agraria, soprattutto quelli conclusivi, la mietitura, la battitura del grano, la raccolta di castagne e frutti vari. La soddisfazione del “fieno in cascina”, del raccolto messo al sicuro, la garanzia di un inverno senza lo spettro della fame.
L’attività agricola è per definizione insicura, soggetta a pericoli climatici, a parassiti vari, insetti, danni da animali selvatici. Il momento del raccolto diventava la fine dell’ansia e della tensione e la festa ne era il naturale sbocco.
Era anche un modo per ringraziare e in un qualche modo “pagare” i vicini di casa e tutti quelli che avevano aiutato nelle lunghe e faticose operazioni di raccolta, battitura, pulizia, cernita, trasporto. Un’anziana signora di Valloriate mi raccontava che da giovane aveva mangiato per la prima volta un pomodoro proprio in occasione della festa per la fine della battitura del grano dei vicini di casa. Tutta la borgata aveva aiutato e la ricompensa era stata quell’insalata condivisa di un frutto rosso mai visto prima, di cui la signora ricordava ancora il gusto a molti decenni di distanza.
La festa era anche musica, canti e danze, espressioni tipiche di ogni nostra valle. Curente e balèt in val Vermenagna, gigo, tresso, cuntrodanso e una quantità di altri balli in val Varaita e val Po. Violino, ghironda, semitun, clarinetto, pinfre erano gli strumenti più diffusi e i suonatori erano figure importanti e riconosciute da tutta la comunità.
Un grande patrimonio culturale che rischiava di perdersi e che per fortuna è stato riscoperto e in parte recuperato e riproposto, sia in chiave tradizionale sia in versione più moderna e contaminata con modelli musicali attuali. Musica e danze non sono solo folclore, anzi, sovente l’aspetto folcloristico è una triste degenerazione commerciale e superficiale di un aspetto essenziale per la vita sociale e culturale delle valli.
Nel pensare a un futuro della nostra montagna credo che la capacità e la possibilità di far festa resti un elemento centrale per mantenere buone relazioni e costruire una vera comunità, viva, vivace, serena, aperta e gioiosa.

8 Un futuro per la nostra montagna
Nel pensare un futuro per la nostra montagna dobbiamo per prima cosa non tradire il passato, conservandone le cose buone, fondanti. Onestà, parsimonia, sobrietà, libertà, autonomia, solidarietà. Tutte cose che possono apparire astratte, ma si traducono in scelte quotidiane molto concrete.
“Cudì la roba”, come dicevano i miei nonni, evitare qualsiasi spreco, dare valore alle cose. E questo vale sia per le scelte personali e quotidiane, sia ancor di più per quelle pubbliche e politiche. Oggi si rincorrono i contributi, i finanziamenti, i piani, i progetti, gli stanziamenti senza troppo chiedersi se sono soldi ben spesi, per cose davvero utili, prioritarie, sensate. I soldi arrivano spesso da lontano, regione, ministero, Unione europea, l’amministratore bravo è quello che riesce ad accaparrarseli e nessuno sembra far caso al fatto che, per vie magari traverse e indirette, provengono comunque dalle nostre tasche. Le strade sono un susseguirsi di buche, per servizi essenziali, sanità, manutenzioni ordinarie e straordinarie non ci sono mai risorse, ma i soldi per progetti grandiosi e di dubbia utilità si trovano sempre.
Io sono fermamente convinto che per aiutare davvero i giovani ad insediarsi in montagna sia molto più efficace la via della semplificazione normativa che quella dei contributi a pioggia. Quando ripenso ai miei anni giovanili nella borgata, mi rendo conto che tutto è stato possibile perché in quei tempi, lontani ma non ancora remoti, era tutto molto più semplice a livello normativo, burocratico, fiscale e anche pratico. Abbiamo potuto metter mano alle case, alle stalle e ai fienili, rifare tetti, fare impianti da soli e con l’aiuto determinante di amici preziosi. Tutte cose che adesso sarebbero impensabili.
Non voglio entrare nel terreno minato della critica delle attuali normative (le insopportabili “leggi e leggine” di cui parlava Nuto Revelli). Di certo, il risultato pratico di tutto questo fervore normativo, pur in qualche modo giustificato e necessario, è di rendere impossibile a chi vuole vivere in montagna comprare, ristrutturare, abitare, coltivare, allevare senza possedere grandi risorse. E di favorire quindi, indirettamente, insediamenti di tipo speculativo di persone o società che possiedono grandi capitali e che cominciano a vedere la convenienza di investirli nelle nostre montagne. Sfruttando magari i contributi pubblici per ristrutturare case o intere borgate, che saranno poi a norma a livello urbanistico, antisismico e strutturale, magari anche rifatte con criterio e non troppo sgradevoli alla vista, ma difficilmente ritroveranno la loro anima.
In questa fase di giusta e inevitabile trasformazione della nostra montagna credo che sia proprio la “perdita dell’anima” il pericolo più grande da cui dobbiamo difenderci.
Una montagna ridotta a parco giochi per ricchi cittadini e turisti in cerca di esotismo nostrano, con parcheggi a pagamento, ristoranti stellati e accessi regolamentati è davvero per me uno scenario da incubo. L’esatto contrario delle speranze e delle motivazioni che mi avevano spinto ad andare a vivere, da giovane, in borgata. E anche una montagna ridotta a “parco”, per una, a mio giudizio poco corretta e molto cittadina idea di ambientalismo, è un’ipotesi che non mi entusiasma per niente.
In questa lunga chiacchierata sul passato delle nostre valli ho spesso messo l’accento sulla povertà in cui viveva la quasi totalità della popolazione. E’ in effetti un dato storico, che salta fuori dalla lettura dei documenti conservati negli archivi comunali. Ma parlandone oggi, a distanza di tempo e di spazio, dobbiamo far attenzione a non cadere, come capita per tutte le cose che non abbiamo realmente vissuto in prima persona, negli opposti difetti di mitizzarla o minimizzarla.
La retorica della povertà è spesso tipica di chi la povertà vera non l’ha mai vissuta e magari neppure intravista. Il passato delle nostre montagne era fatto anche di miseria, degrado, malattie, violenze, ignoranza. Nella borgata in cui abitavo c’era una stanza con volta a botte completamente nera, quasi l’avessero intonacata con uno spesso strato di catrame. Era il risultato di decenni di fuoco acceso in un angolo per cuocere le vivande in un locale senza canna fumaria. Respirare per anni quotidianamente quel fumo significava distruggersi i polmoni e fare una fine penosa e precoce. E questo non nel lontano medioevo, ma ancora in tempi relativamente recenti.
Non c’è niente di poetico nella miseria, nella fame, nel freddo, nella sofferenza, nel lavoro duro e ingrato.
Mettersi gli occhiali rosa per immaginare un passato idilliaco è altrettanto sbagliato che usare lenti nere che ci impediscono di vedere quanto di buono e di bello ci fosse nella società di allora.
Proprio la condizione di necessità e di povertà ha favorito l’ingegno, la capacità imprenditoriale, lo spirito di iniziativa, l’intraprendenza. La voglia di migliorare, di non rassegnarsi ha spinto spesso a cercare soluzioni alle difficoltà per diverse vie: il commercio, l’emigrazione temporanea, l’artigianato, sovente di alto livello.
Gli acciugai e i caviè della val Maira, gli arrotini della val Varaita, i tessitori di canapa e i muratori di alcune borgate di Rittana: ogni valle, ogni paese e perfino ogni borgata aveva le sue specializzazioni, che richiedevano a volte competenze tecniche raffinate, come per i bottai e i carradori.
Nell’inevitabile trasformazione della nostra montagna sarebbe bello mantenere queste diverse anime, questa capacità di adattamento, di reazione, di miglioramento, di invenzione.
Progettare è verbo da usare con cautela, soprattutto in relazione al futuro. Si può però operare nel presente cercando di indirizzare il domani in modo coerente con le nostre aspettative e speranze.
Un futuro che non tradisca il passato, che sappia recuperarne le cose buone e valide superandone limiti, ristrettezze e miserie. Un futuro che sappia dar spazio ai giovani, ai loro progetti, sogni e visioni e nello stesso tempo tenga conto dell’esperienza dei vecchi (oggi si preferisce chiamarli “anziani”, come se l’aggettivo vecchio fosse di per sé un insulto, il che la dice lunga sulla reale considerazione sociale di noi vecchietti e sull’ipocrisia del “politicamente corretto”).
Una montagna bene comune, accessibile a tutti noi gente comune, che sappia tener insieme la libertà individuale e la responsabilità sociale, con un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e integrata con attività artigiane e con un turismo non speculativo e ben inserito nel contesto.
Un’utopia? Non credo, piuttosto un sogno. Ma i sogni danno senso e sapore alla vita e si accordano bene con l’età matura. Il profeta Gioele, molti secoli fa, scriveva che “i giovani avranno visioni profetiche e i vecchi faranno sogni”.
Mettere insieme le due cose può essere una buona ricetta per sperare in un buon futuro per le nostre valli, costruendolo giorno per giorno nel presente.

Pubblicato sull’inserto speciale della Guida del 26 maggio 2026