Barnaba 1-5

Barnaba
La “vera” storia dell’apostolo sconosciuto

La Guida del 25 settembre ospitava un breve ma molto interessante articolo di Angelo Fracchia su Barnaba, figura di enorme importanza nella primissima fase di sviluppo del cristianesimo ma quasi sconosciuta e dimenticata. Nell’ormai lontano 2016 avevo partecipato a una serie di incontri a Mambre guidati proprio da Angelo sugli Atti degli apostoli e già allora la persona di Barnaba mi aveva colpito e affascinato e, come mi capitava in quei tempi, avevo buttato giù un raccontino a mio uso e consumo, scritto con la libertà e l’incoscienza della scelta consapevole della non pubblicazione.
Nel mio scritto mescolo due ingredienti molto diversi, spesso erroneamente considerati sinonimi: la fantasia e l’immaginazione. Il racconto del mio perdermi in montagna e dell’incontro con un vecchio (di duemila anni!) che mi avrebbe offerto cibo, ospitalità e parole in una notte autunnale è evidentemente pura invenzione e quindi falso, mentre la storia di Barnaba è frutto di immaginazione, ma ha la pretesa di poter essere “vera”. Si basa cioè sulla lettura attenta degli Atti degli apostoli dell’evangelista Luca, scrittore molto colto e scrupoloso nelle sue ricerche storiche e quindi di sicura attendibilità.
Il fascino attualissimo di Barnaba sta nella sua grande intelligenza (è il vero regista della primissima fase dello sviluppo delle comunità cristiane) unita a uno starsene sempre in disparte, fuori dalla luce dei riflettori. In questi tempi in cui l’apparenza sembra contare più della sostanza è davvero un buon esempio. Senza Barnaba probabilmente non ci sarebbe stato Paolo e neppure Marco, il primo evangelista, e tutta la nostra storia sarebbe stata diversa e immensamente più povera.
L’idea di rendere pubblico il mio strampalato raccontino (fidandomi della benevolenza di chi legge) è nata dalla lettura dell’articolo di Angelo e dal fascino di quel periodo storico in cui si sono formate le prime comunità cristiane, costruendosi poco a poco un’identità, a tentoni e attraverso sbagli e ripensamenti, ma guidati da quel vento portante che oggi chiamiamo “spirito”. E anche dalla simpatia e dall’ammirazione per Barnaba, una persona che mi piacerebbe davvero incontrare, se fossi ancora capace di smarrirmi in montagna.


1 Zonzo

Nella vita mi è sempre piaciuto andare a zonzo.
L’affermazione ha valenza pratica e reale, ma anche filosofica e metaforica: non faccio programmi o progetti, mi limito a partire o a cominciare.
Poi, casomai, si vedrà.
Una casa, un viaggio, una gita iniziano col primo passo, la prima pedalata, la prima pietra a dare concretezza a quell’idea o a quel desiderio che abitava da tempo, o addirittura da sempre, nelle zone d’ombra del mio inconscio.
Col passare degli anni ho però ristretto il raggio dei miei spostamenti.
I giovani hanno bisogno di scoprire: per loro, il viaggio è sinonimo di voli transoceanici, di luoghi remoti, di terre esotiche.
Per capire, col tempo e la presunzione di maturità, che si viaggia solo per poter poi tornare a casa e che la bellezza e l’importanza di un viaggio non hanno nulla a che fare con la distanza percorsa.
Così non diventa più necessario, e nemmeno utile, andar lontano.
Basta andare a fondo (il che è possibile solo muovendosi con leggerezza e sfiorando appena la superficie), aprire bene gli occhi e le orecchie e prendersi il giusto tempo per ogni persona, per ogni azione e per ogni riflessione.
Come penso capiti a molti, col passare degli anni mi si sono ristrette tante cose: la vista, le possibilità, i sogni, le idee, le amicizie.
E anche i viaggi.
Ma questa riduzione del raggio di ampiezza non intacca necessariamente la magia del viaggio, che non si misura in chilometri o miglia percorse e in stati o città visitate, ma in incontri, in pensieri, in emozioni, in stanchezza e in piacere.

2 Appunto

Così continuo a “viaggiare”, con gusto e passione, spostandomi nel raggio di pochi chilometri da casa mia.
Ho la fortuna di vivere in campagna, ai piedi di valli alpine di grande bellezza e posso arrivare in posti meravigliosi con il solo ausilio degli scarponi.
Parto spesso senza meta, senza avvisare nessuno e, naturalmente, senza portare con me diavolerie elettroniche in grado di collegarsi con ripetitori e gestori di telefonia o aggeggi che interrogano satelliti nel cielo per dirti a quanti gradi primi e secondi dal polo nord ti sei perso.
Da boy scout renitente e indisciplinato, non uso neppure bussole, mappe e cartine.
Ci mancherebbe, sono posti che conosco come le mie tasche.
E poi, è inutile star lì a preoccuparsi.
Tanto il sole continua a nascere a est e tramontare a ovest, tutte le strade portano da qualche parte e, nella peggiore delle ipotesi, si può sempre tornare indietro.
Peccato che siano tutte balle, almeno per quanto riguarda le due ultime affermazioni. Che il sole continui a camminare verso un irraggiungibile occidente – andando a nanna stanco, e forse deluso, ogni sera per riprendere da capo la sua eterna fatica all’alba – può anche essere vero, ma nel folto del bosco e con tempo grigio la sua compagnia è molto discreta e poco utile ai fini dell’orientamento.
Il nostro astro funziona da stella cometa solo con cieli sereni e orizzonti sgombri.
E che ogni strada abbia uno sbocco e ogni sentiero offra una possibilità di ritorno è convinzione radicata in noi, inguaribili ottimisti, sempre in bilico fra stupidità congenita e serenità incosciente, ma è cosa assolutamente non vera, come ben sa chi almeno una volta nella vita si è cacciato seriamente nei guai in montagna.
E’ un avvertimento che dovrebbero scrivere a caratteri cubitali sulle scatole degli scarponi, che l’andata non garantisce il ritorno e che è sempre possibile perdersi.
Soprattutto nei posti che si conoscono bene. Quelli che ci vado da una vita, sono nato in queste valli, questi sono i miei posti…
A meno di venti chilometri in linea d’aria da casa sua, pensavo, riuscirebbe a perdersi solo uno scemo.
Appunto.

3 Giornate corte

Quando uno si perde in montagna dovrebbe fermarsi a riflettere.
Invece, in genere continua a camminare, col risultato di perdersi sempre di più.
Non sto parlando delle alte quote, dove la vegetazione è rada, la visuale sgombra e l’intervento antropico minimo. Sto parlando della parte superiore di quelle che definiamo basse valli, sopra le ultime borgate e appena sotto ai pascoli permanenti.
Una zona un tempo abitata e intensamente coltivata, con sentieri, terrazzamenti, mulattiere, ricoveri.
La montagna dell’uomo e degli animali, con un paesaggio modellato nei secoli dal lavoro di generazioni, in cui le opere dell’umana fatica si inseriscono nell’ambiente naturale in piena armonia. Case fatte di pietre del posto, con gli identici colori delle rocce circostanti, travature che erano alberi e che paiono felici della nuova funzione, sentieri tracciati dal rosario di infiniti passi di uomini e bestie.
I posti che ho sempre amato, fin da bambino, e in cui ho abitato per anni, scegliendo di andare a vivere con Germana in una borgata diroccata.
Posti, quindi, che conosco molto bene. O meglio, che conoscevo molto bene.
Il problema non è tanto dovuto alla perdita della memoria topografica, per il crollo neuronale connesso con l’avanzare degli anni, ma al fatto che sono cambiati i luoghi. Ricordo ancora bene i posti, ma non come sono adesso: com’erano dieci, venti, trent’anni fa.
Il che può essere addirittura peggio di non conoscerli del tutto.
Perché in qualche decennio tutto è cambiato, come fosse passato un uragano o un terremoto. Le case sono crollate, i rovi hanno ricoperto i campi, gli alberi sono cresciuti dappertutto. Animali selvatici, relegati fin dai secoli lontani del medioevo in angoli sperduti, sono tornati a rivendicare antichi diritti di possesso del territorio.
La gente è sparita, inghiottita da piccole e grandi emigrazioni, da penosi pendolarismi trasformati in stabili trasferimenti, dal miraggio dello stipendio sicuro a fine mese da barattare con l’aleatorietà dei quattro soldi raggranellati con vitelli e castagne.
Sono rimasti in pochi, senza più riuscire a far comunità, vecchi incupiti per esser sopravvissuti alla fine del loro mondo e giovani incattiviti dalla solitudine forzata, l’alcol a sostituire sovente donne e amici.
Finché anche i pochi sono partiti, lasciandosi alle spalle tetti cadenti, ruderi pericolanti e un territorio irriconoscibile.
Il verde di un cupo bosco di invasione ha assorbito tutta la tavolozza dei colori, mille tracce di caprioli, cervi e cinghiali hanno creato una rete di falsi sentieri senza sbocchi.
Se uno si perde in questo labirinto verde, farebbe bene a fermarsi a riflettere per cercare di capire come ritrovare l’impercettibile filo di Arianna che consenta di uscire verso qualche punto di riferimento noto.
Invece mi faccio attirare da scorci e promesse di possibili vie e da illusioni di tracce che sembrano proseguire, col risultato di andarmi sempre più a invischiare nella ragnatela di arbusti, tronchi caduti e rami bassi.
A un certo punto decido di cercare di tornare sui miei passi, ma, a differenza di Pollicino, non ho sassolini a segnare la via e mi rendo presto conto che non sto ripercorrendo le mie orme dell’andata.
Dopo qualche svolta a casaccio, salite e discese molto ripide e un paio di guadi di ruscelli in cui finisco pure con le scarpe a mollo, perdo ogni speranza di rapido rientro e mi siedo per terra demoralizzato.
Rabbia e scoraggiamento mi impediscono di reagire e dopo qualche minuto di immobilità inizio a sentire freddo e pure una certa fame.
Con stupore mi accorgo che sta già diventando buio.
In autunno, si sa, le giornate sono corte e nel folto del bosco durano ancora meno.

4 Candela accesa

Incipiente oscurità, freddo e la sensazione di vuoto allo stomaco hanno il potere di rilassarmi e farmi sbollire la rabbia. Come mi capita spesso, per un fortunato cromosoma di beata incoscienza regalato al mio carattere da chissà quale antenato, reagisco alle avversità cercando di sorridere e finisco di consolarmi per la mia disavventura, trovandone anche il lato comico.
In fin dei conti, non è certo la prima volta che mi caccio nei guai e finora ne sono sempre uscito indenne o quasi. Il ragionevole freddo di una notte d’equinozio con cielo coperto e un po’ di sano digiuno non potranno certo farmi troppo male, anzi, magari mi concilieranno il sonno, regalandomi qualche ora di vero riposo, cosa che nel mio accogliente letto è ormai merce rara.
Per fortuna nessuno mi aspetta a casa, questa sera, e nessuno così darà l’allarme attivando soccorsi alpini e protezioni civili. Sarebbe davvero il massimo della vergogna farsi recuperare da qualche volontario – in zona ci conosciamo tutti – come un qualsiasi turista imbranato che va a cacciarsi nei guai in montagna in sandali e maglietta.
“Ma vai in giro senza telefono? e non ti sei preso neppure una pila, un coltellino, una giacca pesante, una borraccia, una barretta energetica? Proprio tu che scrivi di montagna e hai l’aria di un mezzo alpinista…”.
Roba da esser presi in giro per i prossimi dieci lustri da amici, compagni e passanti e da non osare più mettere piede in bar e osterie del paese per il resto dei propri giorni. Una sorta di ostracismo o di esilio che mi escluderebbe da queste sacre istituzioni locali che frequento con la sporadica costanza dettata dagli impulsi alternati di voglia di socialità e bisogno di solitudine.
La gentile barista sostituisce spesso nei paesi psicologi e consulenti vari, al prezzo onesto di un caffè o di cappuccino, senza secondi fini e rilasciando pure regolare scontrino.
Chiuse le sedi di partito, svuotati circoli e associazioni culturali, resistono alcune benemerite osterie e qualche bar non ancora globalizzato a difendere lo spirito del paese. Quando burocrati, politicanti e parassiti vari faranno morire anche questi ultimi baluardi di vita locale, per la bassa montagna sarà proprio la fine. Ne rimarrà solo più traccia in tristi musei etnografici e in noiosi convegni culturali.
Pensando a bar, cappuccini e bariste, cerco di sonnecchiare rigirandomi sullo strato di foglie secche che ho accumulato per formare un giaciglio sull’unico spiazzo pianeggiante. Ma prima di chiudere gli occhi, con mia grande sorpresa, intravedo fra rami e foglie una luce tremolante.
Sembra quasi la fiammella di una candela accesa…

5 Oriente?

La luce c’è davvero, non è solo un miraggio o l’anteprima di un sogno.
E non è neppure troppo lontana. Prima che sia scuro del tutto mi affretto in direzione del chiarore, rimpiangendo di non avere con me niente che possa illuminare il percorso. Ma gli occhi si sono ormai abituati all’oscurità e una falce di luna regala un buio non assoluto, in cui riesco a muovermi con cautela.
Dopo pochi minuti mi trovo davanti a una minuscola casa in pietre a secco che appare all’improvviso in una piccola radura. La porta di tavole grezze di castagno occupa quasi tutta la facciata, mentre sulla parete laterale si apre una finestrella su cui è appoggiata la candela che aveva attirato la mia attenzione.
Sto per bussare, quando la porta si apre. Il riquadro dell’uscio lascia intravedere una figura di persona anziana, ma di buona prestanza fisica. Capelli bianchi e folti incorniciano un bel volto abbronzato, percorso da una ragnatela di rughe sottili. È vestito con una strana tunica stretta in vita da una corda.
“Entra, sei il benvenuto, ti stavo aspettando. La candela accesa che ho lasciato alla finestra era per te…”
Non so se essere più stupito per l’insolito personaggio che intravedo nella penombra dell’unico locale o per l’affermazione di essere atteso. Come faceva quel vecchio gentile a sapere che mi ero perso e avevo bisogno di aiuto? Forse mi aveva visto girovagare nell’inutile tentativo di ritrovare una traccia di sentiero?
Ma cosa ci faceva una persona anziana da sola in quella minuscola casa nel folto di un bosco impenetrabile? Chi era?
Il sorriso del vecchio sembra volermi rassicurare, come se avesse letto nei miei occhi tutte le domande che affioravano.
“Siediti e serviti pure – mi dice, facendomi cenno verso un robusto tavolino su cui è appoggiata una pentola fumante – per le presentazioni abbiamo tutto il tempo. Mi sa che fino a giorno non potrai andartene da qui, col buio non è facile camminare nei boschi.”
“Nessuno mi aspetta a casa – rispondo accomodandomi sulla panca addossata al muro – ma non vorrei disturbare…Intanto, grazie di cuore per l’ospitalità, pensavo già di dover passare una notte al freddo, sdraiato su un mucchio di foglie e con la pancia vuota…”
“Vedi come viene a galla l’atavica gentilezza un po’ formale di voi piemontesi e occitani – il vecchio interrompe le mie parole ridendo di cuore – Nessun disturbo, anzi, è un vero piacere trovare qualcuno con cui condividere la cena e scambiare due parole. Voi occidentali avete sempre paura di disturbare quando invadete il sacro spazio di una casa altrui. Da noi, in Oriente, invece, è l’ospite a essere sacro, non l’abitazione. Accogliere qualcuno è un dovere e un onore…”
“In Oriente? – mi chiedo a bassa voce, sempre più sconcertato.