Barnaba 6-10
6 Farsi trovare
“Forse è meglio che ti racconti qualcosa di me – riprende il vecchio sedendosi anche lui su una minuscola sedia impagliata e porgendomi la pentola colma di castagne bollite – altrimenti continui a restare lì impalato a farti domande che non osi tradurre in parole e resti pure a pancia vuota. Facciamo così: io ti racconto la mia storia e tu, intanto, inizi a mangiare…”
Faccio un cenno d’assenso col capo, incapace di trasformare il mio stupore in frasi e intanto inizio a sbucciare una castagna.
Impegnarmi in qualcosa di manuale mi serve sempre come via di fuga quando mi sento in imbarazzo o non riesco a trovare le frasi adatte alla situazione.
Il vecchio pare contento di vedere che ho seguito il suo invito e mi allunga un coltello con manico di osso per facilitare l’operazione. Dietro di lui, il fuoco borbotta in una stufetta di mattoni grezzi che diffonde un piacevole calore nella stanza. Dall’unico mobile, una specie di credenza di assi grezze di castagno, il mio ospite estrae due scodelline di terracotta in cui versa il liquido rossastro contenuto in un recipiente di forma strana, simile a un’anfora.
“È un vino delle mie parti, forse lo troverai un po’ forte e grossolano, se sei abituato ai nebbioli e ai dolcetti delle Langhe, ma è genuino e onesto, non taglia le gambe, non appesantisce lo stomaco e, in giuste dosi, migliora il tono dell’umore e aiuta a socializzare – con queste parole avvicina la sua tazza alla mia, in una specie di brindisi e inizia a bere con evidente soddisfazione. Lo imito e resto piacevolmente colpito dal gusto rotondo e speziato del vino, un sapore lontano da quello a cui sono abituato, ma gradevole.
Vino e castagne sono un ottimo abbinamento e, assieme al calore tranquillo della stufa di mattoni infondono una sensazione di serenità che mi sembra pervadere tutto l’ambiente.
“Che pace che c’è qui! – sussurro quasi senza pensarci.
“Pace è una bella parola, una delle migliori. Ma la pace non è nei luoghi, abita nelle persone, è un qualcosa che sta dentro di noi, indipendentemente da tutto quello che può succedere fuori. La pace dobbiamo seminarla e coltivarla al nostro interno. Ma è vero che l’armonia e la tranquillità del posto aiutano molto. Anche per questo mi piace stare qui, ci torno sempre volentieri”
“Non abita qui, di solito? – lo interrompo, ripensando a come, in effetti, mi fosse sembrato strano come luogo di residenza una casa persa in un bosco impenetrabile.
“Sono spesso in giro, ma questo è uno dei posti che preferisco. E poi, se non fossi stato qui stasera, tu saresti ancora coricato sulle foglie con la pancia vuota. Diciamo che, in un certo senso, ti stavo aspettando…Tu avevi bisogno di un riparo, di cibo e calore e magari di sentire una storia. E io mi sono fatto trovare.
La mia specialità è sempre stata quella di farmi trovare da chi ne aveva bisogno. Esserci…
Ma non darmi del lei. La terza persona di cortesia è un’assurdità grammaticale”
7 Sembra ieri!
“Io giro spesso in queste zone e non l’ho mai…scusa… non ti ho mai incontrato. E non avevo neppure mai visto questa piccola costruzione in pietra. È molto graziosa e accogliente. Non vorrei essere scortese, ma mi sembra davvero strano che tu mi stessi aspettando. Qualche ora fa non lo sapevo neppure io che sarei partito da casa per fare una passeggiata prima di cena e che mi sarei cacciato nei guai, smarrendo il filo dei sentieri e facendomi fregare dall’eccessiva sicurezza, dal buio e da questa vegetazione impazzita. D’altra parte, è altrettanto curioso che tu sia stato casualmente in questa tua casetta proprio al momento giusto, in tempo per raccattare un viandante sprovveduto che era riuscito a perdersi. Mi sembra di capire che tu non vivi sempre qui…”
“Sempre è una parola grossa, da usare con attenzione, come la sua gemella mai. Anzi, ti direi che è meglio non usarla mai, se non ti avessi appena detto che anche la sorella è pericolosa allo stesso modo. Ma lasciamo stare queste divagazioni linguistiche…
Come ti dicevo prima, sono spesso in giro, vado un po’ dappertutto, perché dappertutto c’è bisogno di qualcuno che si faccia trovare quando serve. Per questo, il Principale mi ha prolungato a tempo indeterminato quella specie di contratto a termine che chiamiamo vita. Con mio grande piacere, perché io sono sempre stato innamorato della vita… Vedi che anche a me è scappato un sempre…
Comunque, non è troppo strano che tu mi abbia trovato qui. Ti ho già detto che ci vengo volentieri, quando non ho da fare altrove. È un posto tranquillo, in cui posso stare da solo e fare provvista di silenzio. Posso giocare a far l’eremita per qualche giorno, in attesa di tornare alla mia occupazione, che è quella di farmi trovare dalle persone che in quel momento, magari senza saperlo, ne hanno bisogno. Proprio come è successo a te…
Qui posso passeggiare per ore senza incontrare nessuno e soprattutto senza vedere brutture, cosa ormai rara.
Camminare mi è sempre piaciuto, sapessi quante migliaia di chilometri ho percorso, ‘quanta strada nei miei sandali’, come direbbe il poeta, e quanta sabbia, quanta polvere, quante parole scambiate con i compagni di cammino, con Paolo, con Marco…
Si può dire che io abbia passato la mia vita camminando e parlando.
Parlando mentre camminavo e camminando mentre parlavo. Le due cose, come sa chi ha camminato davvero, si sposano bene, vanno bene insieme”
“Ma chi è questo Paolo? Ne parli come se anch’io dovessi conoscerlo…”
“E’ Paolo di Tarso, quello che i cattolici chiamano san Paolo”
“Ma è morto quasi duemila anni fa!”
“Già duemila anni? Certo che il tempo passa proprio in fretta… sembra ieri!”
8 Colui che riannoda i fili
“Lo so che stai pensando che sei capitato a casa di un vecchio fuori di testa che deve essersi rifugiato in questi luoghi inaccessibili per sfuggire agli infermieri del reparto psichiatrico…Ma se hai la pazienza di sentire il resto della storia, forse non sarai più tanto sicuro che io debba ringraziare il buon Basaglia per la possibilità di girare liberamente per questi boschi, invece di esser costretto a passeggiare nei tristi vialetti del cortile di un manicomio.
Ora che abbiamo mangiato e bevuto insieme, è tempo di fare le presentazioni. È una delle nostre regole di buona accoglienza condividere il cibo prima delle parole e non chiedere nulla all’ospite prima di averlo rifocillato.
Mi chiamo Barnaba e, come avrai intuito, non sono originario di queste montagne. Vengo da un posto lontano, nel tempo e nello spazio, ma questo lo capirai meglio in seguito, se avrai voglia di starmi a sentire.
Sai qual è il significato del mio nome? Bar vuol dire “figlio di”, come i vari bin o ben che ancora oggi sono comuni in Medio Oriente, o come i suffissi sen o son di danesi e svedesi. Prima che inventassero i cognomi, indicava la famiglia di provenienza attraverso il nome del padre, come si usa in ogni società patriarcale. Ma io mi chiamavo Giuseppe, avevo già un mio nome e sono diventato Barnaba solo quando ho iniziato a frequentare lo strano gruppo di ebrei che ruotava attorno ai Dodici. In casi come questi, il bar non indica più la genealogia, ma diventa una sorta di rafforzativo che sottolinea la caratteristica peculiare di chi lo porta. Un po’ come per i due fratelli Giacomo e Giovanni, i “figli del tuono”, chiamati così non perché avessero per padre temporali e fulmini, ma per il loro carattere deciso e precipitoso.
Io ero invece il figlio della persuasione, del dialogo.
Barnaba è colui che convince, che persuade, che riannoda i fili, che va a cercare i dispersi, che ritrova chi si è allontanato. Una bella qualifica, l’esatto contrario del diabolos, che è colui che si mette in mezzo per suscitare divisioni e odio. Anche Barnaba si mette in mezzo, solo che il suo scopo non è dividere ma ricostruire buoni rapporti, riallacciare relazioni compromesse o deteriorate.
Il nuovo nome mi è subito piaciuto e l’ho adottato, me lo sono cucito addosso, tant’è che adesso nessuno sa più che mi chiamavo Giuseppe. E pensare che anche Giuseppe mi piaceva e si adattava bene alla mia persona.
I nomi sono come i vestiti o le scarpe, devono calzare bene…Io ne ho trovati addirittura due, entrambi ricchi di significato.
Condivido con l’altro Giuseppe, quello vero, il padre di Gesù, lo starmene in disparte pur essendo presente e l’essere testimone riconoscente e non invadente di fatti molto più grandi della mia piccola persona: addirittura gli avvenimenti più importanti ed emozionanti della storia.
Come Giuseppe, preferisco starmene sullo sfondo senza apparire, facendo in silenzio la mia piccola parte per dar vita al quadro.
Ma andiamo con ordine e cominciamo la storia dall’inizio”
9 Vendere il campo
Tutto è partito dalla vendita del campo.
Non un campo, il campo della mia famiglia, il mio campo.
Vengo da una stirpe di giudei osservanti della tribù di Levi, che si erano trasferiti da un paio di generazioni a Cipro.
Come ben sai, noi ebrei siamo sempre stati gente intraprendente e buoni lavoratori. Abbiamo una Terra Promessa, ma poi, come api a primavera, sciamiamo in ogni direzione, sempre in cerca di nuove opportunità.
Ci spinge il desiderio di commerciare e guadagnare, certo, ma anche e soprattutto il bisogno di conoscere, di vedere, di viaggiare. E quando abbiamo visto, viaggiato e conosciuto, ci viene la voglia impellente di tornare. Ma voglia non è parola sufficiente, si tratta piuttosto di una necessità assoluta, senza scampo.
Gerusalemme è una grande calamita, il porto a cui ogni buon ebreo deve fare ritorno.
Tu non puoi capire cosa volesse dire per un giudeo emigrato il richiamo di Gerusalemme e soprattutto del Tempio. Molti anziani tornavano in patria anche solo per morire non troppo lontano da quel luogo sacro, in cui prima o poi si sarebbe manifestato il Messia. Quando sarebbe venuto il momento, loro volevano essere lì, vivi o morti. Essere sepolti a Gerusalemme era quasi un dovere, soprattutto per un Levita.
Per questo, tutti gli sforzi e i sacrifici di due generazioni della mia famiglia di emigrati si erano concretizzati nell’acquisto di un bel campo appena fuori città. Un grande pezzo di terreno recintato, garanzia di grano, ortaggi e frutta per tutta la famiglia. Un appezzamento regolare e quasi pianeggiante, da cui si intravedeva in lontananza – e questo era il suo vero valore aggiunto – la sagoma del tempio.
Un buon investimento, in una zona dove i campi erano pochi e molto richiesti ed era una vera fortuna trovarne uno in vendita. Ma soprattutto una garanzia di ritorno, un piede messo di nuovo nella terra dei padri.
La promessa di poter tornare nella Terra Promessa.
I miei genitori l’avevano comprato con sforzi e risparmi di anni e io l’ho venduto in cinque minuti di lucida follia.
Non ho avuto alcuna difficoltà a trovare un compratore disposto a darmi in contanti la bella somma che avevo chiesto, senza neppure la fatica di dover contrattare troppo. Anzi, il tipo sembrava aver paura che io potessi ripensarci e pareva avere una fretta indiavolata di mettermi in mano la borsa di cuoio piena di monete d’argento per concludere l’affare.
Per loro fortuna, mio padre e mia madre erano morti da tempo e non hanno visto il loro terreno, la speranza e lo sforzo di tutta una vita, ridursi a qualche chilo di pezzi di metallo ossidato e a una piccola borsa marrone.
Che nel giro di un paio d’ore non era neppure più mia, visto che l’avevo consegnata ai Dodici senza neppure aprirla.
A questo punto, avrai un motivo in più per pensare di aver di fronte un matto, un minorato mentale o, perlomeno, un figlio degenere e irriconoscente. Ma non devi giudicarmi in maniera affrettata, e d’altronde in quel campo c’erano anche la mia personale fatica e tutta la mia speranza.
La vendita del gioiello di famiglia è stata per me un investimento e quando ho consegnato il denaro ai Dodici mi sono reso conto di quanto fossero sagge le parole di Colui che consigliava di accumulare tesori in cielo, al riparo da ladri, tasse e altri rischi. Mi sono sentito leggero e felice, ho capito che con quel gesto avevo fatto una scelta irreversibile, che non ci sarebbe stato ritorno.
Mi ero comprato una vita più libera, senza più riferimenti obbligati, né al terreno di famiglia, né al Tempio che gli dava valore.
Anche i miei genitori, dal loro angolo in cielo, potevano consolarsi, il mio era stato comunque un ottimo affare: nessun campo nella storia avrebbe mai reso tanto quanto quel loro appezzamento recintato e pianeggiante, da cui si vedeva in lontananza la sagoma del Tempio.
La vendita improvvisa del mio terreno e il consegnare subito tutto il ricavato ai Dodici era stato anche un gesto che aveva fatto scalpore.
Tu sai cosa significhi la terra nella civiltà contadina. È un possesso che va ben oltre il valore venale, sono le radici e allo stesso tempo la garanzia di futuro. Nella terra si concretizza il legame con chi ci ha preceduto e chi ci segue.
Anche qui, su queste montagne che stasera ci ospitano, famiglie intere si sono rovinate nel corso dei secoli per liti riguardanti pochi metri di terreno impervio, dilapidando in spese legali somme molto superiori al valore stesso del bene contestato. Perché la valutazione di un pezzo di terra andava ben oltre la pila di pezzi d’oro o d’argento necessaria per comprarlo. Era una questione di sangue, era una questione di vita.
Per noi era la stessa cosa.
E per un ebreo di quei tempi contava anche la posizione, a Gerusalemme, nel cuore della città santa. Non era un terreno qualunque: il profilo del tempio che potevi vedere sullo sfondo mentre aravi o seminavi ti ricordava che tu eri parte di una storia e di una promessa nata con l’obbedienza di Abramo all’ordine di partire e continuata con l’ostinazione di Mosè a girovagare per deserti senza perdere la fiducia dell’approdo.
Luca ne parla negli Atti, come di un gesto importante, quasi simbolico.
Chi legge oggi il resoconto di Luca difficilmente, però, riesce a rendersi conto dell’effetto e della sorpresa che aveva provocato quella borsa piena di pezzi d’argento “deposta ai piedi degli apostoli” .
Luca lo cita come esempio di una prassi diffusa, dando quasi l’impressione che fosse cosa normale che i credenti vendessero le loro terre per finanziare la comunità. Poi, però, riporta solo il mio caso, con tanto di nome proprio ed elogio.
Segno che non si trattava di una cosa tanto abituale, anzi…
Con questo non voglio dire che Luca fosse scrittore superficiale o addirittura che raccontasse fandonie. Al contrario, è un cronista molto scrupoloso e attento ai dettagli. Era semplicemente il modo di scrivere di allora, di fare storia raccontando storie.
Per voi moderni occidentali, la verità è fatta solo di cose vere, nel senso di realistiche, dimostrabili, razionali. Ma la pretesa di razionalità spesso tradisce l’essenza della verità. Gli scrittori del passato (e non sto parlando solo di quelli che hanno messo mano a quella che chiamate Bibbia, ma anche degli storici di professione, degli Erodoto, dei Senofonte) avevano un modo diverso di avvicinarsi alla realtà.
I moderni scrivono, gli antichi raccontavano. I moderni riportano ciò che è capitato, gli antichi ci dicevano anche ciò che sarebbe potuto o avrebbe dovuto succedere.
Luca non racconta bugie, non è in malafede, anzi, è scrittore onesto e scrupoloso; ma l’intento del discorso non è quello di registrare per filo e per segno e in rigoroso ordine cronologico come si sono svolti gli avvenimenti; è quello di disegnare come dovrebbe essere la comunità ideale, in cui tutti i fratelli nella fede “avevano un cuore e un’anima sola”, non vi erano ricchi e poveri e tutti mettevano in comune i beni, in modo che fossero distribuiti “a ciascuno secondo il suo bisogno”.
Parole, queste ultime, prese a prestito secoli dopo dal buon Carlo Marx per descrivere il nuovo Eden post rivoluzionario.
Segno che la fraternità e la condivisione sono elementi portanti sia dei paradisi laici che dei cieli promessi dalle religioni e che nella parte più profonda del cuore di ogni uomo c’è un’impronta comune.
Ma è meglio non perdersi in troppe divagazioni, altrimenti arriva prima la luce del mattino che la fine della storia.
Il gesto di vendere il campo e donare alla comunità il ricavato mi aveva regalato leggerezza e libertà, come capita quando si prendono decisioni difficili che si sentono giuste, ma mi aveva anche dato una certa notorietà e aveva contribuito a inserirmi a pieno titolo nel gruppo di credenti che ruotava intorno ai Dodici.
Ero un uomo nuovo.
Ascoltato, stimato, accolto. Ora facevo parte davvero della comunità, di una piccola comunità in cui ognuno faceva la propria parte, aveva un proprio ruolo senza che vi fossero gerarchie codificate.
Io non ero più Giuseppe, il levita di Cipro, ero Barnaba, quello che univa, che sapeva conciliare gli opposti, ritrovare i dispersi.
Ero un uomo nuovo, con un nome nuovo.
È curioso che un nome che significa unione sia nato da un gesto di rottura…
Con la borsa marrone piena di pezzi d’argento avevo accumulato un credito nei confronti dei miei nuovi amici, che avrei potuto spendere a mio piacere.
L’ho usato per far accettare Paolo, cosa non troppo facile, visto il suo carattere e la sua fama di integralista e di persecutore dei fratelli.
Non era passato molto tempo da quando, come ci racconta Luca “Saulo infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione”.
Cose che in una piccola comunità non si dimenticano facilmente.
10 Il viaggio dimenticato
Paolo sono andato io a recuperarlo a casa sua, a Tarso.
Lui, dopo l’incontro abbagliante con quel Cristo che perseguitava e la conseguente “conversione”, se n’era tornato al suo lavoro, convinto che col suo passato e la sua fama di persecutore di cristiani non sarebbe mai stato accettato dalle comunità.
Ho dovuto mettere in gioco tutto il patrimonio di credibilità e buona fama che avevo accumulato con l’episodio del campo e nei tempi seguenti per vincere la diffidenza e farlo accogliere.
Ho fatto un lungo viaggio per andare a recuperarlo e ho anche dovuto faticare per convincerlo a seguirmi.
Sapevo che Paolo era importante per far crescere quella che era allora solo una piccola comunità, per dare corpo e gambe al sogno matto di un gruppo di ex pescatori entusiasti ma paurosi, pasticcioni e disorganizzati. E che parlavano aramaico, confinati nel loro mondo semita e nel loro dialetto incomprensibile.
Paolo era rabbino, conosceva l’ebraico e le scritture, ma parlava greco e aveva una mentalità che oggi definireste manageriale e internazionale. Pensavo che fosse la persona giusta per fare da tramite fra i due mondi, per esportare la Parola fuori dai ristretti confini mentali di un piccolo gruppo di visionari.
Se non fosse uscito da quei confini, se si fosse trasformato in una delle tante sette di cui era piena in quel periodo la Giudea, quello che poi sarebbe stato chiamato cristianesimo sarebbe morto prima ancora di essere nato. Ci voleva la persona giusta per traghettare la fede nascente fuori dalle secche del mondo giudaico, dalle sue fobie di contaminazione, dall’atavica paura di questo piccolo popolo che si credeva eletto di mescolarsi col resto del mondo e perdere così le sue caratteristiche di predilezione e unicità.
Ci voleva una persona con un’ineccepibile cultura ebraica, una profonda conoscenza della Torah, ma con la testa greca e anche un po’ latina di Paolo, che era ellenistico come capacità di disquisire e filosofeggiare, ma aveva preso dai padroni romani la conoscenza del diritto, l’arte di sapersene servire e una mentalità pragmatica.
I fedeli crescevano, c’era entusiasmo, si moltiplicavano le conversioni, c’era interesse per questa nuova espressione di fede fiorita nel grande giardino della religiosità ebraica, sempre in fermento e ricca di nuove sette. Bisognava trasformare questo fermento in qualcosa di davvero nuovo, dare forma e sostanza, creare una struttura che andasse oltre la guida incerta dei Dodici.
Insomma, c’erano le truppe, ma mancava il generale.
Visto che già allora mi piaceva mettermi in viaggio, sono partito e sono andato a cercarlo. Le gambe che mi portavano, allora giovani, veloci e piene di forza, erano le mie, come miei erano i sandali che ho consumato nel viaggio, ma chi mi aveva spinto a muovermi (ma a quel tempo non l’avevo ancora capito del tutto) e chi ha guidato i miei passi, scelto le mie parole per convincerlo a seguirmi e per convincere la comunità ad accogliere il suo ex persecutore, era lo Spirito.
Ma anche di questo avremo modo di parlare in seguito.
Come ti ho già detto, dopo l’improvvisa conversione e i suoi primi deludenti tentativi di approccio con le comunità di credenti di Damasco e Gerusalemme (allora non si chiamavano ancora cristiane, il termine è arrivato più tardi, ad Antiochia) Saulo era tornato a casa, a Tarso, incerto e deluso.
Già nei giorni immediatamente seguenti alla sua strana “conversione” avevo fatto da mediatore fra l’ex persecutore pentito e la comunità incredula della sua buona fede, ma con scarso successo.
Con i suoi precedenti, la sua fama e il suo carattere, nessuno si fidava di lui. Difficile dar torto ai diffidenti, d’altra parte, visto che lo stesso Luca, in genere misurato con le parole, aveva descritto Saulo come “sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli”
Nella storia di Saulo/Paolo c’è un periodo di buio di qualche anno.
È cosa normale, che troviamo in tutte le biografie dei grandi uomini. Prima di germinare ogni seme deve starsene coperto e al buio, prima di ogni azione c’è la riflessione, prima dell’annuncio ci deve essere il deserto.
Prima di ogni successo c’è sempre un fallimento.
Sono questi i periodi fecondi, quelli che faranno nascere tutto quello che viene dopo.
Tu che ogni tanto scrivi, saprai bene che un libro o un racconto non nascono mentre lo stai scrivendo, in quei pochi giorni luminosi in cui le parole escono e si mettono in fila sulla carta, nella mano e nella mente, ma nei mesi o negli anni precedenti, nei lunghi intervalli vuoti e ingrati. Quando la testa è piena, ma i pensieri non trovano la strada per uscire, il tuo carattere si incupisce, la gente che ti cercava pare evitarti.
Paolo accumulava riserve per gli anni a venire, ma intanto gli sembrava di scoppiare, viveva la tensione insopportabile dell’estroverso che deve tenere tutto dentro, dello stratega che non ha truppe.
Viveva anche l’incertezza e la frustrazione che accompagna sempre la nascita di qualcosa di grande. Era pronto alla sua missione, ma ci voleva qualcuno che gli restituisse fiducia in sé e, nello stesso tempo, che convincesse gli altri che lui meritava quella fiducia.
È lì che ho iniziato il mio lavoro di farmi trovare, di esserci, di riannodare i fili. Tutto quel che viene dopo è nato da quel viaggio, da quel partire solo e tornare in due, dai silenzi dell’andata e dalle parole scambiate del ritorno.
I biblisti che oggi passano la loro vita a scavare nei testi hanno studiato con attenzione tutti i viaggi di Paolo, ricostruendo la geografia e la tempistica di ogni suo spostamento. Si basano sul racconto degli Atti, riportato con fedeltà da Luca. Per tutti il primo viaggio missionario è quello verso Cipro, con ritorno in Asia minore.
Lo ricordo bene, c’ero anch’io. Ma quello, in realtà, viene dopo.
Tutti dimenticano un viaggio, il primo, il più importante.
Luca, negli Atti, gli dedica una riga, il versetto 22 del capitolo 11. Ma non dice che quello è stato l’inizio di tutto, dal suo scritto non si capisce che è sempre la partenza il momento più importante e rischioso di ogni viaggio.
Perché ogni vero viaggio inizia sempre chiudendo la porta di casa.
O magari, aprendola, come aveva fatto Paolo, per far entrare qualcuno che aveva fatto molta strada per venire a trovarti.”
