Il gatto arancione

gattoScritto nell’autunno del 2000, pubblicato da Primalpe nel 2003 E’ il mio primo tentativo di divertirmi a scrivere un libro con una trama. E’ venuta fuori, mio malgrado, una storia “quasi” gialla, con assassini, vittime e delitti sullo sfondo della “mia” montagna. Nel 1986, Germana ed io, freschi sposi, siamo andati a vivere in una borgata abbandonata in valle Stura, senza strada né luce elettrica. Il paesaggio era idilliaco, ma la zona, in passato, era stata oggetto di tragedie e delitti. Su uno sfondo molto reale ho costruito una storia immaginaria, ma verosimile, che è un po’ il pretesto per raccontare di boschi e prati, pecore, capre, pastori e altra gente di montagna…

Incipit

Partenza a notte fonda. Le piace viaggiare nel freddo dell’alba, incrociando pochi camionisti e qualche pendolare mattiniero.
L’ultima parte della notte. Quella più buia e più fredda. Che precede il giorno.
Zaino, scarponcini, mantella impermeabile, vestiti caldi, qualche libro. Bagaglio leggero.
Testa leggera. Vacanze.
Deve proprio godersi questa settimana di non-ufficio.
Otium: non lavoro, riposo attivo.
Vacatio: svuotarsi, rendere vuota la testa. Togliere il fumo e la luce al neon dell’ufficio, far entrare sole, aria, nebbia, colori. Rigenerarsi.
La Panda sbuffa e si lamenta, arrancando per la strada che, dal fondovalle, sale verso una sperduta valletta laterale. Sicuramente una ex mulattiera, ora asfaltata, che conserva le pendenze assurde e le curve strette di un passato che qui non sembra ancor del tutto finito.
La scelta della destinazione è stata casuale: un bivio, un cartello con un nome che la ispirava, una decisione improvvisa. Ora, però comincia a chiedersi se riuscirà a trovare un posto per passare la notte o se dovrà tornare indietro verso i grossi borghi turistici del fondovalle.
Sarebbe un vero peccato: lei cercava proprio un posto come questo, solitario e quasi selvaggio.Una piccola pensione, sembra chiusa. Nel cortile un trattore al minimo batte un ritmo lento, basso, mentre il cardano fa girare la sega a nastro con una nota più acuta, sibilante.
Lei prende la legna sfilandola dal carro, lui la passa veloce contro la lama, gettando i pezzi tagliati in un mucchio. Una coppia di anziani. Capelli bianchi, raccolti sul capo, lei, qualche ciuffo grigio , una corta barbetta, lui.
– E’ aperta la pensione? C’è posto? ­– la voce di Anna si perde nel rumore della sega e nell’aria impregnata di segatura e odore di legna – Vengo subito – è la risposta della donna che poi grida qualcosa in dialetto al suo uomo. Lui si volta, sorpreso di vedere qualcuno di estraneo, una faccia giovane, sconosciuta. Evidentemente non aveva sentito la macchina arrivare. Un piccolo cenno del capo, una smorfia che vuol essere un sorriso e subito si allunga a prendere un altro ramo da tagliare.
La donna si pulisce le mani nel grembiule e lentamente si avvicina, girando attorno al vecchio trattore che continua a borbottare piano. Anna saluta e ripete la domanda. La faccia grassottella della padrona si apre in un sorriso:
– Non è proprio il posto che manca. In questa stagione non c’è nessuno. I turisti qui si fanno vedere solo in agosto, quando va bene. Abbiamo una stanza sopra la cucina, ci passa la canna fumaria, è bella calda. Sa, le altre stanze sono fredde, non c’è riscaldamento. Se si accontenta…-
– Va benissimo, cercavo proprio un posto tranquillo–

Due parole su: “Il gatto arancione”
la trama: In breve, è la storia di un delitto, come ce n’erano molti in montagna, di interesse e, forse, d’amore. Un delitto, voluto, per calcolo. Che lascia nell’assassino tracce lunghe, capaci di durare una vita, (angosce, rimorsi, paure, sensazione di dover prima o poi pagare) e genera altri delitti a distanza di molti anni.
Ho vissuto per anni in una borgata di montagna, dove si erano verificati, in passato, omicidi e suicidi. La storia prende anche spunto da questa mia esperienza e dal voler sfatare il mito cittadino di una montagna idilliaca.
Non ho abbastanza fantasia per creare personaggi, uso caratteri di persone che ho conosciuto, naturalmente mettendo il tutto nel frullatore e rimescolando.
La protagonista è Anna, una ragazza timida, capace di sentimenti ma introversa (non aggressiva, non disadattata, odia essere al centro dell’attenzione, è poco capace di esprimere se stessa). E’ occitana, montanara, nata in una borgata. Lì ha vissuto l’infanzia ed ha assistito, inconsciamente, alla fine di una civiltà. Il nonno (lento, sereno, ancora completamente contadino) e il padre (nervoso, diviso tra il lavoro in fabbrica e gli impegni agricoli sempre più sporadici) sono le due figure intermedie. Lei è figlia del distacco, è andata in città. Ma appena può ritorna in montagna, nelle “sue” montagne, non ha alcun senso di estraneità con ambienti, paesaggi e lingua. Se non l’impressione inconscia di essersene andata, quasi un rimorso di aver abbandonato la sua vera vita, i suoi posti.
I quattro del bar, la padrona e l’oste sono personaggi che incarnano alcuni tipi umani delle nostre montagne. Luca è il “cittadino” che ritorna, paga un prezzo molto alto per ritrovare se stesso e il suo posto. La stessa comunità, chiusa a riccio, non fa molto per reinserirlo. Gli ci vogliono anni per ritrovare un suo equilibrio sia interiore che esteriore. Per me è un personaggio importante, ho dedicato un intero capitolo al pane e al suo forno autocostruito. E’ speculare ad Anna, hanno le stesse ritrosie, le stesse timidezze, una simile visione della vita. Si è costruito una sua saggezza, a sue spese e incollando meditazione orientale a vita contadina, lavoro, rapporti con gli animali. E’ in grado di occuparsi senza troppo preoccuparsi, di interessarsi attivamente degli altri, di Anna, senza essere invadente, di dare prima di domandare.
Io, da cattivo scrittore, mi identifico con tutti i miei personaggi, Anna, Luca, Matè, il dottore, anche l’assassino, con i suoi rimorsi, le sue lunghe paure che, piano piano, si trasformano nel gioco della caccia. L’istinto di sopravvivenza cede il passo alla sfida e si trasforma, nel gesto finale, nella voglia di farla finalmente finita con i propri tormenti.
Ma la storia è solo l’occasione, per me, di divertirmi con una trama (dopo l’esperienza di Pellegrino a pedali, libro fluido, senza una trama obbligata, e prima di pubblicare alcunché) e soprattutto di parlare delle “mie” montagne.

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