Verso il sole al tramonto

sole

Scritto nell’autunno 2002, pubblicato da Primalpe nel 2003 Ristampato dalle Edizioni San Paolo nel 2005 col titolo: “La vera storia di S. Giacomo”

La vera storia di Giacomo il maggiore

Giacomo, insieme al fratello Giovanni e a Pietro, era uno dei tre apostoli più “importanti”. Degli altri due si sa tutto, di lui resta solo la notizia della morte, nel 44 a Gerusalemme. Questo vuoto di notizie su un personaggio così fondamentale e intrigante mi ha spinto a immaginarne la “vera” storia. Il racconto è anche stata l’occasione per mandare un messaggio in bottiglia ai miei due figli, Francesco e Chiara, a cui non abbiamo voluto dare un’educazione religiosa, per invogliarli a un cammino di ricerca e di spiritualità.
Il titolo è un omaggio al Camino per eccellenza, ripercorso in ricordo di Giacomo, un viaggio da est a ovest, dall’alba al tramonto, dalla nascita alla morte. Il sottotitolo l’ho rubato a Bjorn Larsson che ha scritto “La vera storia del pirata Long John Silver”. Come per il personaggio dell’Isola del Tesoro, anch’io scrivo la “vera” storia di una figura leggendaria. I casi della vita mi hanno fatto incontrare anni dopo proprio Bjorn Larsson, a uno dei rari incontri per “scrittori” a cui sono stato invitato e ho avuto modo di confessare il furto e ottenere l’assoluzione.
La edizioni Paoline, per un altro dei casi della vita, hanno riproposto l’opera, cambiandomi il titolo ed altro. Il mio “Giacomo il maggiore” è diventato, in omaggio alla matrice cattolica dell’editore “San Giacomo”. Un dettaglio, forse, ma per me non trascurabile, visto che il mio Giacomo è persona tormentata da dubbi e incertezze e lontana dall’iconografia ufficiale.
E’ l’unico mio libro approdato a una distribuzione di livello nazionale. Io preferisco, comunque, la “mia” versione.

Incipit

L’acqua non è tutta uguale. Anzi, è vero proprio il contrario.
Non c’è nulla che possa assumere forme e colori così diversi; niente di meno uniforme e prevedibile. Lo sa bene chi sull’acqua ci passa la giornata e la vita e ne trae cibo e lavoro. Somigliarsi come due gocce d’acqua è un’altra stupidaggine, buona per chi tiene i piedi sulla terra ferma e non sul legno instabile di una barca.

Bisogna far svelti a mollare la scotta indurita dal gelo e a raccogliere la grande vela zuppa d’umidità e impregnata di sale. La barca fila mossa da una corrente di marea che spinge verso costa. Le rocce che affiorano sembrano ombre nere; la prua appesantita dal gran carico si tuffa in una nebbia color latte. Nessuno parla.
Gli occhi azzurri del timoniere sono tranquilli, come se nella uniformità di cielo e acqua fosse scritta una via e la vecchia barca fosse un asino capace di portare comunque a casa il padrone ubriaco. Fintanto che la quercia del dritto di prua striscia nella sabbia chiara.
Giacomo non aspetta di udire il lamento del legno e lo stridio di conchiglie rotte. E’ già sceso, con i piedi scalzi a sentire il gelo dell’acqua e l’abbraccio viscido delle alghe. Con le mani stringe forte il legno del bordo, la schiena tesa nel massimo sforzo di spinta.
Bisogna saper sfruttare il breve istante dell’arrivo, l’abbrivio della corsa verso riva, alleggerire la barca al momento giusto e accompagnarla con tutta la forza dei muscoli intirizziti per tirarla facilmente a riva. Un gesto automatico, che viene facilmente solo a chi è nato pescatore.
Un attimo troppo presto e si finisce a mollo nell’acqua alta, una piccola esitazione e la barca resta piantata sul bagnasciuga senza più verso di smuoverla.
Certi mestieri non si imparano. Contadini, muratori o soldati si può diventarlo; pastori e pescatori bisogna nascerci.
Poi, non c’è più verso di perderci la mano. Anche se stai vent’anni senza praticarlo, il lavoro che hai fatto da bambino, quello che tuo padre ti ha trasmesso senza insegnartelo, con mille silenzi e poche parole, ti resta dentro. Saprai sempre saltare giù al momento giusto, sentirai quando la barca soffre ed è il momento di ridurre la vela o quando l’aria si gira al brutto sul serio ed è meglio tornare a casa.
Giacomo è contento di trovarsi lì in quel momento, anche se quella gioia non sa tradursi in un pensiero o in un perché. Non è neanche un sentimento, piuttosto una sensazione animale.
Il sentirsi bene è solo un dato di fatto, non ha necessità di commenti.

Post scriptum

Quella che avete appena finito di leggere è la vera storia di Giacomo, figlio di Zebedeo, fratello di Giovanni, uno dei dodici uomini che hanno seguito per primi, nella sua breve parabola umana, un profeta di nome Gesù, che definiva se stesso figlio di Dio.
Giacomo fu condannato a morte nel 44 d. C. per ordine di Erode, a Gerusalemme.
Narra la leggenda che i suoi amici ne caricarono il corpo su una piccola barca che miracolosamente riuscì ad attraversare il Mediterraneo e le colonne d’Ercole, fino ad andarsi ad arenare in Galizia. Di qui sarebbe stato portato in un luogo segreto, caro al suo cuore e a quello del suo più intimo amico e discepolo, per essere seppellito.
Il luogo della sepoltura restò sconosciuto per i secoli bui in cui la terra di Spagna fu preda delle invasioni di Visigoti e di Arabi. Ma, allo scadere del primo millennio, alcuni pastori notarono una stella isolata, molto luminosa, che sembrava adagiarsi in un punto preciso dell’altopiano. Era il luogo in cui si trovava la tomba dell’Apostolo. Il campus stellae, il campo della stella.
Col tempo, quel prato, divenne un luogo di devozione e vi sorse un santuario la cui fama crebbe e si diffuse in tutta la cristianità. Qualcuno iniziò, da luoghi lontani, a recarsi al Campo della Stella, ripercorrendo la stessa strada fatta, secoli prima da quell’uomo ricco di dubbi e di fede, generoso e testardo. Da allora, milioni di persone hanno rifatto quel viaggio, tanto che è diventato, per antonomasia, il Camino.
Ancora oggi il Camino è percorso da viaggiatori che si pongono domande sui perché fondamentali dell’esistenza. Come Giacomo sono sovente più ricchi di dubbi che di certezze.
Come lui, nessuno ha fede in grado di smuovere le montagne.
Ma, seguendo l’esempio del primo pellegrino, uomini e donne sanno che le montagne si lasciano salire, per chi è sufficientemente fiducioso e testardo. E, come lui, sperano di arrivare a vedere il luogo dove tramonta il sole e il punto preciso in cui finisce la terra.
E sanno che un dio non si nasconde mai così a lungo da non lasciarsi, prima o poi, trovare da chi continua a cercare e a camminare.

Paolo di Tarso, nel 53 dc, dal carcere di Efeso scrisse di aver sperimentato e compreso una cosa nuova per lui e cioè che l’azione non è sempre la maniera più efficace e importante di rendere testimonianza a Cristo. Mi piace pensare che il grande apostolo, il profeta del proselitismo, l’eccezionale organizzatore, nella solitudine e nella forzata inattività del carcere, abbia ripensato allo strano incontro avuto nove anni prima con Giacomo al suo rientro a Gerusalemme.
Sicuramente, fra le tetre mura della prigione sarà riandato col pensiero a quelle sue parole, che allora aveva giudicato frutto di una personalità eccentrica e di una fede poco sicura.
E avrà ricordato con commozione quello strano apostolo barbuto che aveva probabilmente capito meglio di tutti l’urgenza dell’amore.

L’ultima immagine che ho messo negli occhi di Giacomo, mentre stava calando il colpo mortale è la stessa che doveva esser stata impressa indelebilmente nella mente del fratello. Quando scrive il suo vangelo, Giovanni è ormai vecchissimo.
La sua memoria ha distillato parole e immagini e trascura fatti e circostanze, a cui, a differenza degli altri tre estensori del vangelo, non sembra dare alcun peso. La sua mente di vegliardo è già stata attraversata dalle visioni fantastiche dell’Apocalisse.
Su un solo particolare si fissa con una chiarezza straordinaria: il momento del primo incontro con Cristo. Dice addirittura, lui che non tiene conto di date e paesi, di cronologie e successioni di eventi, lui che “dimentica” il Padre Nostro e le beatitudini: “Erano circa le quattro del pomeriggio”

Ho scritto questo raccontino per Francesco e Chiara, con riconoscenza per le gioie, le ansie, le soddisfazioni e le preoccupazioni che mi hanno regalato da quando mi han fatto diventare padre. Per paura di imporre una religione ( che può essere la peggiore schiavitù mentale) temo di non essere neppure riuscito a trasmettere una fede, o almeno, l’ansia di cercarla.
Questo pensiero mi ha sempre preoccupato e destato sensi di colpa: senza un Dio, l’uomo è davvero troppo solo, senza una fede o una sincera volontà di cercarla è difficile attraversare con soddisfazione il mare agitato dell’esistenza.
E’ inutile imparare le lingue, le scienze e la grammatica e non interessarsi alle grandi domande della vita. Io non ho risposte, se non quelle, più simili a dubbi che a certezze, che potete leggere tra le righe di questo breve racconto.
L’ho scritto, oltre che per il piacere di farlo, per riparare in parte a questa mia mancanza di padre, sicuro che ci sarà, per Francesco e Chiara, un tempo per leggerlo.

Cervasca, novembre 2002