Paese

paese

Scritto nell’autunno 2007, uscito a puntate sul settimanale La Guida e poi stampato da Primalpe nel dicembre dello stesso anno. Paese l’ho scritto per l’urgenza della memoria, per una sensazione di perdita imminente che mi ha obbligato a fissare sulla carta parole, sguardi, odori, volti, architetture del Borgo della mia infanzia. L’avevo intitolato “Spaesato”, per sottolineare la percezione di estraniamento che provo, nel ripercorrere, da cinquantenne, le vie e le piazze in cui correvo da bambino.

Una storia da raccontare

Incipit

Sono obbligato a scrivere. Non posso fare altrimenti.
Perché una storia la si può capire solo se la si racconta. E io non sono capace di usare la voce per narrare: non ho questa abilità, non ho mai posseduto questo dono. Devo affidare i miei semi a solchi di inchiostro scavati sul bianco uniforme della carta.
Uso la penna d’autunno, epoca di arature.
Scrivo di fretta, come si addice alla stagione che declina, alle giornate corte, all’incertezza del domani. Memore del consiglio del Libro, non volgo indietro lo sguardo. Neppure fisso il fondo del campo, il punto d’arrivo. Guardo piuttosto la zolla appena rivoltata, lo scorrere lento del vomere, i riflessi d’argento del metallo reso lucido dall’abrasione di porzioni infinitesimali di questo nostro pianeta che sfregano contro l’ostinazione dell’avanzare.
Non ho visione d’insieme, mi perdo nell’inseguire dettagli mentre lascio scorrere la penna nella più manuale di tutte le attività umane: lo scrivere.

Una storia vive solo mentre la si racconta, è materia transitiva che assume consistenza unicamente nel passaggio da uno all’altro, prende forma da questa relazione, esiste solo quando è accolta da orecchie disposte all’attenzione. Richiede un dare e un avere, un rapporto di scambio. Io, incapace di parole dette, devo accontentarmi della moneta meno diretta e immediata dello scrivere.
Ma provo ugualmente a raccontarla, la mia storia, affidandola all’accoglienza generosa della carta e alla collaborazione degli amici che avranno la pazienza di camminare con me per un tratto.

Qualche brano…
Questa storia ha bisogno di un paese, anzi del “mio” paese.
Non un paese di adesso, che non è più paese ma città in miniatura, fotocopia rimpicciolita di brutture su scala più vasta.
Un paese con le voci di mamme che chiamano i bambini dal balcone, il rumore della pialla del falegname che lavora nel cortile di casa, i ragazzi che giocano a pallone nel vicolo e studiano la strada più lunga possibile per tornare da scuola, gli angoli riparati per una partita a biglie o i muri adatti per lanciare le figurine.
Questa storia ha bisogno di una strada su cui passa ogni tanto una macchina, la seicento multipla azzurra del bottegaio, il galletto del prete, il pulmino otto e cinquanta dei carabinieri, la lancia berlina del notaio, che quando passa tutti si girano a guardarla manco fosse una bella ragazza. Si sente il rumore da lontano, risalta sul silenzio e sulle voci, si perde appena oltre la piazza, dove la via si fa più stretta.
Questa storia ha bisogno di un negozio di droghiere con la pasta sfusa nei grandi cassetti, maccheroni e farfalle visibili oltre il piccolo vetro appena sotto la maniglia di ottone, la carta blu che avvolge il chilo di zucchero, il foglio di giornale vecchio per impacchettare la spesa.
Questa storia ha bisogno di un bambino che scende correndo le scale e si trova per strada, la mano stretta a pugno a serrare monetine di nichel. Corre e ripete come in una cantilena le istruzioni ricevute dalla nonna: due etti di grissini ben cotti e una micca di barbarià e stai attento ad attraversare la strada… No, quest’ultima frase non la ripete, è il solito repertorio di raccomandazioni con cui i grandi condiscono ogni discorso rivolto ai bambini. Il resto sì, il resto è importante: due etti di grissini e una micca…o non erano poi due micche e un etto di grissini?.

Le campane avevano un loro alfabeto, fatto di rintocchi, di suoni gravi o acuti, di intervalli di silenzio.
Una sorta di web paesano, informazioni affidate alle onde sonore, all’urto di batacchi e bronzi invece che a microchip di silicio e a fibre ottiche. La “copertura” di un territorio, la zona di spazio in cui giungeva il suono delle campane, segnava il reale confine del paese o della frazione. Campanili e bronzi erano dimensionati in proporzione diretta all’ampiezza del nucleo abitato e non mancavano neppure nelle borgate più sperdute.
I rintocchi dettavano i tempi, sottolineavano gli avvenimenti, dividevano giorni di festa da quelli di digiuno, le pasque da quaresime e avventi, accompagnavano la vita di tutti, dal battesimo al funerale
Era una forma primitiva di comunicazione, parente stretta coi tam tam della foresta, ma era capace di creare comunità attraverso ritmi e sensazioni condivise. Le onde sonore impastavano le giornate di tutti con le stesse note ripetute, non ammettevano esclusioni né eccezioni. Come negli spazi recintati dei monasteri, come nei miei anni giovanili di seminario, ti obbligavano a scandire il tuo tempo con quello degli altri, impedendo di fatto ogni individualismo esistenziale.
Una comunità nasce proprio da questa condivisione accettata di tempo e di spazio. E inizia a decomporsi quando ogni membro di una famiglia o di un gruppo più vasto si regola secondo un suo personale orologio. Quando ognuno dorme, mangia, festeggia, prega, seguendo ritmi diversi, si spezza l’armonia dell’insieme e la magia del canto corale diventa un’accozzaglia di suoni stridenti.

– Sun mac mì – diceva una voce di donna e intanto aveva già girato la chiave nella toppa e si era affacciata in cucina. Quelle tre parole avevano funzione sostitutiva del campanello, che nessuno usava, all’infuori dei rari estranei. Una sorta di formula magica, di apriti sesamo, una password di ingresso, diremmo oggi, che dava accesso libero a casa nostra. La porta di noce scuro, al primo piano, era dotata di serratura, ma la chiave stava piantata nella toppa dal lato esterno, giorno e notte. Nessuno suonava il campanello, nessuno chiedeva permesso o diceva il suo nome: lo scatto metallico e le tre paroline servivano da lasciapassare.
Il piemontese ha la magia fonetica dell’accostamento di vocali diverse, tre monosillabi concatenati fra loro con la “a” centrale a far da spartiacque fra la “u” e la “i”. Il “mac” era un omaggio alla doverosa modestia nei riguardi di se stessi, tipica della nostra gente, e serviva nel contempo a rassicurare la nonna, indiscussa padrona di casa. Era un invito a non scomodarsi, non interrompere le faccende domestiche: chi stava entrando dichiarava con quel “mac” di essere una presenza abitudinaria, una persona “qualsiasi”, non un ospite di riguardo da accogliere coi dovuti onori. Il “mi” faceva proprio il lavoro che i libri di grammatica assegnano ai pronomi personali: sostituiva il nome, secondo i dettami dell’etimologia. Il riconoscimento dell’identità era affidato dunque alle diverse inflessioni, al timbro, alla cantilena e non al declinare delle generalità

Forse sta proprio in questo la differenza sostanziale fra la società di allora e quella attuale. La civiltà dell’oggi è dominata dall’imperativo categorico di farsi gli affari propri, interessarsi esclusivamente del proprio orticello e difenderlo ad oltranza da qualsiasi sguardo indiscreto o da qualunque intrusione. Visto che ci obbligano a pensare ormai in inglese, abbiamo compendiato questi concetti nel termine “privacy”. Violare la privacy è diventato un peccato capitale, e le leggi in materia sembrano fatte apposta per costringerci a vivere in recinti chiusi, con la visuale impedita da muri e cortine, ignari e indifferenti a tutto e a tutti. Salvo poi accorgersi che, in realtà, ognuno è costantemente spiato e schedato proprio da quei poteri economici o politici che dovrebbero garantirci la riservatezza e che vorremmo, con ragione, tenere lontani dalla nostra sfera personale.
E’ tipico delle società obese e disperate, questo richiudersi nella sfera del privato, questa degenerazione dell’istinto territoriale proprio di ogni specie animale che ci porta ad erigere barricate verso l’altro fino a restarne imprigionati. Ed è tipico anche della civiltà urbana, che restringe le esistenze in spazi sempre più angusti e orizzonti sempre più limitati e ci spinge a difendere ad oltranza quel nulla che resta del nostro ambiente vitale. “Farsi gli affari propri” è la condanna (obbligatoria per legge) di questo nuovo millennio ed è malattia che infetta le società in proporzione diretta al reddito pro capite, risparmiando i poveri e colpendo i ricchi.

Post scriptum

E’ difficile mettere la parola “fine” a una storia. I racconti, soprattutto quelli lunghi che ci hanno accompagnato per settimane, non amano il punto fermo finale. Meglio lasciarli indefiniti, cavarsela con i tre puntini di sospensione che segnalano un discorso interrotto, rimandato alla prossima occasione, al prossimo bicchiere di vino condiviso, a un’altra serata fra amici a scambiarci cibo e parole.
Ho scritto, come al solito, senza un progetto iniziale né una visione d’insieme. Come chi fa un muretto a secco, accatastando le pietre che gli vengono in mano sul momento.
Ero spinto dall’urgenza di fissare su carta certe impressioni che mi stanno sfuggendo dalla mente, volevo lasciarne traccia scritta prima di perderle definitivamente di vista.
Da ragazzo avevo buona memoria. Adesso la mia testa pare un recipiente bucato da cui sfuggono nomi, volti, date. Il passato non è più un filmato nitido, se mai una serie disordinata di istantanee. Dimentico nomi, facce, date, storie. Curiosamente, rimangono invece vivi certi particolari, come oggetti che sbucano di colpo dalla nebbia, mi restano appiccicate in testa sensazioni – di caldo, di freddo – odori, colori, gusti. Spero di essere riuscito a tradurre in parole qualcosa di tutto questo.
Quello che avete appena letto è un racconto “parlato”, ho usato la penna come si usa la voce. E come capita spesso nel discorrere fra amici, le parole sono scivolate su questioni di vita quotidiana o su argomenti che mi stanno a cuore: i beni comuni, il senso della vita collettiva, le distorsioni dell’oggi. Lo so, non si dovrebbe fare, non si dovrebbe interrompere il flusso del racconto con divagazioni moraleggianti o opinioni personali e discutibili. Uno scrittore non lo farebbe mai. Ma io ho la fortuna di non appartenere all’albo, non ho reputazioni da difendere, né prodotti da confezionare secondo i dettami di qualche direttore editoriale. Posso permettermi il piacere di chiacchierare con la penna, di divertirmi con le parole e di ammucchiarle secondo gli umori del momento. Posso usarle per condividere sensazioni e idee con gli amici come si fa seduti al tavolo, davanti a un bicchiere e vicino alla stufa.
Mi ero riproposto di non cadere nella tentazione della nostalgia: non sempre ci sono riuscito. Ho fatto fatica a percorrere lo stretto crinale dei ricordi senza scivolare nelle sabbie mobili del rimpianto e della recriminazione. La storiella finale vuole rimediare, in parte, a questo peccato di pessimismo.

La mia generazione ha avuto una fortuna (o una grazia) incredibile. Abbiamo vissuto con la testa in un presente di benessere e tecnologia ed i piedi ben piantati in un’infanzia più povera e semplice, capace di regalarci memoria riconoscente e senso del limite. Abbiamo goduto dei frutti di pace e democrazia faticosamente conquistati da chi ci aveva preceduto. Come dice Giovanni, l’evangelista, abbiamo raccolto dove altri avevano seminato e faticato. Spesso non ce ne rendiamo neppure più conto, resi miopi da aspettative e desideri piantati nella nostra testa dal marketing televisivo e dalla società dell’apparire e del possedere, dei cibi precotti e delle vacanze esotiche, del tutto e del subito.
Rimane la responsabilità – per noi, cinquantenni spaesati, ingrigiti e soprappeso – nei confronti di chi ci segue, dei figli che ora sciamano a gruppi – pantaloni a vita bassa, felpe e mp3 nelle orecchie – nelle vie e nei vicoli in cui giocavamo da piccoli con le nostre brache di fustagno e berrette di lana. Ma anche nei confronti di chi ci ha preceduto, di chi ha tracciato la strada camminando con soche pesanti e scarpe di cuoio, calze grigie di lana spessa, camicie bianche di canapa e panciotti scuri.
Resta la responsabilità – e la riconoscenza – verso questo nostro paese che ci ha cresciuti a zuppe e uovo sbattuto, che ci ha regalato i suoi vicoli per giocare a pallone o a guardie e ladri, che ci lasciava tornare a casa da pomeriggi sudati con le ginocchia sbucciate e i piedi bagnati, invece che costringerci a corsi di danza o recitazione, a solitarie sedute televisive o videogiochi alienanti. Quel paese che ci ha accolto e cresciuto, ci ha insegnato la pazienza della fatica e la soddisfazione della pazienza, ci ha accompagnati anche quando volgevamo altrove lo sguardo, ci ha visti partire e poi tornare. Soprattutto, che ci ha sempre fatto sentire a casa nostra, al nostro posto, accolti e abbracciati dalle sue strade e dalle sue piazze.

Beppe Rosso ha scritto, poco prima di morire una delle poesie più belle che abbia mai letto. Si rivolge al padre, in italiano, forse per scrupolo di universalità (ed è cosa strana per lui, uomo più abituato a forgiare versi in piemontese e occitano, come se l’idioma nazionale fosse più adatto alla prosa che all’immediatezza del poetare).
“Padre, un chiaro cammino m’offristi.
Volli percorrer tracciati contorti:
onda inquieta con moti mutanti,
alto, basso, mi volsi…”
Come capita spesso a chi sente arrivare la morte, si rivolge ai genitori, si affida, nell’estremo istante, a quel nome magico che sa di bambino e di infanzia. Proprio com’era capitato, duemila anni fa, a colui che per primo ci ha insegnato ad associare il termine “padre”all’immagine di Dio.
Beppe è morto in una mattinata di novembre del 95. Da allora è passato poco più di un decennio, ma le nostre strade si son fatte ancor più contorte, i percorsi inquieti, mutanti. Continuiamo a non sapere dove andare, cosa guardare, a volgere gli sguardi in alto, in basso, sempre più lontani da quel chiaro cammino che ci avevano indicato, col loro silenzioso percorso, i nostri padri.

Ringrazio la Guida che ha voluto proporre la mia storia ai suoi lettori. La divisione in pezzi e la somministrazione a cadenza settimanale ha giovato sicuramente alla digeribilità e fatto perdonare (spero) o, almeno, reso meno evidenti, le approssimazioni, le ripetizioni e le divagazioni del mio scrivere arruffato.
Ringrazio mia madre, ultima sentinella rimasta a presidiare la casa di famiglia di Borgo, per le foto e per tutto il resto.
Ringrazio quelli che mi hanno scritto per condividere impressioni o idee.
Ringrazio in modo particolare tutti quelli che hanno avuto la bontà e la pazienza di accompagnarmi in questa passeggiata attraverso le strade e i vicoli del nostro paese d’infanzia.

Cervasca, autunno 2007 lele viola

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