Fuoritempo Massimo

tempoFuoritempo è un cognome, Massimo il nome. L’abbinamento è una condanna. E’ la storia strampalata di un uomo che arriva sempre troppo presto o troppo tardi a tutti gli appuntamenti della vita, che si vede passare sotto il naso occasioni e possibilità. Con un finale ancora più strampalato del resto. Come sempre, nel protagonista c’è qualcosa di me, non riesco mai a stare del tutto fuori di miei racconti. E’ un prodotto di questa primavera piovosa, ma nonostante le premesse, non è una storia triste. Mi sono divertito molto a scriverlo, spero di essere riuscito a trasmettere la sensazione di leggerezza e serenità che ho provato mentre il racconto mi usciva dalla mano. Scritto nella primavera 2008, pubblicato a marzo 2009

Incipit

Fuoritempo è un cognome poco diffuso e non particolarmente facile da portare.
Chissà, forse è dovuto a un antenato con scarso senso del ritmo, o poco amante della puntualità. O allude alla tendenza a fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato, carattere dominante nella storia genetica famigliare. Come in un cinema western, ma con i nostri che arrivano quando ormai tutto è finito e gli eroi sono stati massacrati.
Massimo è invece un nome abbastanza comune, di nobili origini romane. E’ il mio nome.
Massimo Fuoritempo.
Fuoritempo Massimo.
Un abbinamento da maglia nera del ciclismo, che fa pensare a quei gregari scoppiati carichi di borracce e con la lingua fuori, o a velocisti alla deriva durante un tappone alpino o pirenaico. La genialità della trovata la devo all’unico momento di umore spiritoso nella vita grigia e opaca di mio padre. O, forse, a una sua garbata polemica con un dio distratto, colpevole di avergli mandato il primo figlio sulle soglie di un’incipiente vecchiaia.
“Che bel nipotino” si sentiva ripetere quando spingeva la carrozzina o il passeggino ai giardini pubblici. “E’ mio figlio, si chiama Massimo” aveva cercato di precisare le prime volte, mentre l’occasionale interlocutrice fissava imbarazzata i capelli radi e bianchi e le occhiaie da cane segugio. Poi si era abituato all’equivoco e aveva smesso di difendere la sua tardiva paternità, preferendo rifugiarsi nel distaccato mondo senza età dei nonni.

Post scriptum

Mai visto un inizio di estate così piovoso come quello del 2008.
Tutti i giorni una buona razione di acqua nelle sue varie forme: acquazzoni, pioggerellina, nebbia bagnata, temporali con tuoni e lampi. Da metter su la muffa.
Terreno gonfio d’acqua, orti inaccessibili (pitost che pistè per mol stà a cà a fè ‘l fol),
bici vietata, passeggiate umide.
Unica alternativa: stare al coperto, fare piccoli lavoretti, leggere.
O scrivere.
Così, a giugno inoltrato ho messo mano a una storia. Due, tre giorni sulla tastiera, con la compagnia delle gocce che colavano sui vetri, di Chiara intenta a preparare la tesina di maturità, di Germana col suo eterno affaccendarsi. Francesco arrivava la sera, anche la sua giornata era passata al computer, ma per lui era lavoro, per me era solo il gioco, sempre piacevole, di tirar fuori parole dal cappello e allinearle sul foglio.
Quest’anno il clima pazzerello mi ha regalato un anticipo di autunno prima ancora del solstizio e ne ho approfittato per scrivere. E’ la prima volta che inseguo una storia fuori del mio periodo canonico. Un raccolto anticipato, per me, un frutto fuori stagione.
Forse, per questo, acerbo e un po’ insipido.
Ma è quello che passa il convento e, con la testa svaporata che mi ritrovo, devo farne tesoro.
L’idea era nata già da qualche settimana, appena abbozzata. Consisteva in un nome, Massimo, e un cognome, Fuoritempo.
Fuoritempo Massimo.
Tutto lì.
I due termini mi ricordavano una tappa del Tour de France del 1993, la Serre Chevalier – Isola 2000. Un tappone mitico con una sfilza di colli da suicidio. Germana ed io eravamo andati in bici a vedere il passaggio dei corridori sulla Bonnette, a quota 2800. I poveretti, che si erano già digeriti come antipasto Isoard e Vars, (oltre ai 24 chilometri di salita del Restefond), dopo una discesa infinita dovevano ancora risalire ai 2000 metri della stazione sciistica di Isola. Follia allo stato puro.
I primi, gente alla Indurain, Bugno, Chiappucci avevano tenuto un ritmo forsennato. Tutti gli altri remavano alla deriva. I distacchi erano abissali, da ciclismo eroico.
Una caterva di corridori, quel giorno arrivò “fuori tempo massimo”. Fra loro c’erano nomi di primo piano. Ricordo il grande Fignon col codino da contestatore e gli occhialini da professore, che portava a spasso con dignità la sua vecchiaia agonistica rifiutando aiuti e spinte, attardato di una buona mezz’ora. E poi c’erano gli operai della pedivella, i velocisti, i gregari scoppiati, quelli che invece le spinte le chiedevano, le imploravano col filo di voce rimasta. Tutta gente che avrà sicuramente maledetto, quel giorno, la quantità disumana di fatica da mettere sulla bilancia e scambiare con l’assegno a fine mese.
Per tutti i corridori arrivare fuori tempo massimo in una corsa a tappe importante è sempre stato l’incubo peggiore. Significa tornarsene a casa, la vergogna dell’estromissione dalla corsa, mesi di preparazione buttati via. Per i campioni è un’onta. Per i lavoratori del pedale un marchio di inaffidabilità. Per molti precari delle due ruote poteva voler dire il mancato rinnovo del contratto la stagione seguente, uno stipendio ridotto, premi non incassati.
Cosa c’entra tutto questo, qualcuno si starà giustamente chiedendo.
Nulla, se non per lo spunto iniziale e per quell’immagine del gregario scoppiato che mi è rimasta negli occhi per tutti questi giorni.
Assieme alle gocce di pioggia sui vetri e al luccichio delle foglie bagnate.
La storia, poi, si è dipanata da sola, come capita sempre, ha preso una sua direzione, mi è scappata di mano. Succede sempre così.
E’ più strampalata di tutte quelle che l’han preceduta, penserà sicuramente qualcuno che ha avuto la pazienza di accompagnarmi nelle altre mie divagazioni scritte. L’invecchiamento non fa bene ai neuroni, potrei rispondere, cavandomela con un innegabile dato biologico. Oppure potrei dire che ho scritto, appunto, fuori stagione, “fuori tempo” e per di più con un tasso di umidità relativa molto elevato.
I miei famigliari e gli stretti conviventi sono convinti che sia una forma, tutto sommato, benigna di pazzia, ma destinata, purtroppo (per loro) a peggiorare col tempo.
Se siete arrivati a questo punto della lettura, comunque, la questione non riveste più una grande importanza. E’ troppo tardi per chiudere il libro, siete già oltre la fine.
Siete FUORITEMPOMASSIMO!
A mia scusante posso ammettere una certa somiglianza col protagonista.
Non mi chiamo Massimo, non sono celibe né orfano, non ho (per ora) intenzioni suicide ma anch’io son sempre arrivato troppo presto o troppo tardi a (quasi) tutti gli appuntamenti con la vita.
Sono anch’io, come lui, uno specialista delle coincidenze mancate e delle occasioni perse.
E poi, per dirla tutta, ogni volta che apro un giornale, che sento la radio (la tele, per mia fortuna, non l’ho mai avuta) o che mi guardo semplicemente in giro mi sento anch’io, assolutamente “fuoritempo”.
Per chiudere in maniera dignitosa vorrei citare una frase pronunciata da Erri De Luca al Salone del libro di Torino, nel maggio di quest’anno. La cito fra virgolette, anche se la ricordo a memoria, senza il sostegno di registrazioni o trascrizioni. Erri mi perdonerà le eventuali imprecisioni, credo di non aver comunque travisato il suo pensiero.
“rispetto a molte cose del nostro tempo, io non mi sento contemporaneo, mi sento estemporaneo.”

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